Alpinismo

Ferie per i quinti

Mi sono preso due turni di ferie per partecipare all’ultimo corso di arrampicata del CAI.

Due turni bruciati per andare a scalare sul quinto grado. E responsabilità, spiegare sempre gli stessi nodi e piagarmi le mani per issare su dei principianti. Devo a me stesso una spiegazione per cui faccio tutto questo, altrimenti mi sentirei rincoglionito, invecchiato, io che ho passato più di 20 anni a cercare il limite in ogni situazione d’arrampicata. E il bello è che mi diverto sui quinti gradi, e niente di tutto ciò si deve fare ad un corso CAI mi risulta un sacrificio. Andando indietro nel tempo forse troverò la spiegazione. Avevo circa quattordici quindici anni quando alcuni tra i più forti alpinisti arrampicatori del tempo (e ce ne erano tanti in Ascoli) mi portarono a scalare le pareti delle nostre montagne.

A diciannove anni fui chiamato a partecipare al mio primo corso CAI di roccia come aiuto istruttore.

stefanoNell’87, sempre quindi nello stesso anno, Tonino Palermi mi telefonò, senza tanto conoscermi, ma sapendo che me la cominciavo a cavare, e mi portò a scalare nelle gole del Verdon.

Tonino, Tiziano, Paolo, Mimmo, Roberto e altri ancora mi chiedevano: “vuoi venire?” ed io: “si”.

Fui accompagnato da Tonino alle prime gare nazionali a Torino e sempre con lui feci le prime prese d’arrampicata con le resine epossidiche. E ne vendemmo anche poiché erano veramente le prime.

Strutture artificiali (non siamo più in là dell’87-88) in Piazza del Popolo ed in feste di paese; manifestazioni e dimostrazioni in posti come Meschia o Carpineto. Quindi i primi massi. Tutto rigorosamente artigianale.

Bene. Prima di mettermi a scrivere queste righe ho avuto sempre rispetto e stima per tutti questi personaggi che insieme ad altri hanno creato tutto questo, ma dentro me ritenevo di essere uno dei pionieri di alcuni aspetti dell’arrampicata ascolana. Ripensandoci ho capito che quello che ci ho messo io è stato il dire “si” quando mi è stato chiesto di partecipare. Il resto è invenzione di quelle persone che me lo hanno chiesto che hanno fatto e fanno parte tuttora del CAI.

Ecco la risposta. La scuola del CAI mi ha insegnato ad arrampicare. E ha fatto di più. Io ho condiviso e condivido l’esperienza e l’amicizia con gli altri istruttori della Scuola, un’amicizia sincera, priva di invidie, astio e competitività.

Per me questo rappresenta un fattore di continuità storica che mi ha accompagnato sempre.

Un punto di riferimento e d’incontro che sta sempre lì, anche se le persone si avvicendano nel tempo, se mi assento per un po’. Lì stanno di casa gli stessi stimoli e gli stessi valori che mi spingono ad arrampicate e la conseguenza è l’amicizia tra di noi.

Invernali in montagna, allenamenti studiati e feroci in garage e poi camini dolomitici e contrafforti dell’annunziata, paure terrificanti e amminoacidi ramificati, fessure ad incastro e diete per strapiombi, gare di arrampicata e salti sui massi.

Anni e anni, decenni.

Insomma: io adesso so arrampicare bene e dovunque mi trovi cerco di spingere la massimo, ma le ferie per i quinti gradi me le prenderò sempre.

Stefano Romanucci


Fotografie

  1. Stefano a Kalymnos

 

E quanne?

Barbara, questa espressione, continua ad usarla anche adesso, quando Adriano, preso gia’ dal pensiero del tiro successivo, si dimentica di lei.

Le tornano in mente, con affetto e nostalgia, le parole di Achille, usate in tante scalate insieme, per ricordare a “ lu patro’ “ che si era dimenticato di loro!!!

Achille torna spesso anche nei miei ricordi.

Mi basta andare al Pizzo del Diavolo, al Gran Sasso o sentir parlare di miele, olio e genziane che quasi automaticamente si infila nei miei pensieri.

Nei nostri viaggi verso le cascate di ghiaccio, appuntamento che si ripete ogni anno, subito dopo Capodanno, e vede coinvolti istruttori ed amici, Achille, durante le cene, ci faceva partecipi delle varie attivita’ che portava avanti con grande passione. Ci ha spiegato diverse cose legate alla vita delle api e alla produzione del miele, di grappe e di olio. Qualcuno, dopo la prima sera, cambiava tavolo perche’ non ne poteva piu’ ma altri, come la sottoscritta, erano veramente affascinati da tutte le cose che lui sapeva e che condivideva con noi.

Io ho conosciuto Achille, circa dodici anni fa, quando e’ iniziata la mia collaborazione con la Scuola del Piceno ed e’,subito dopo, diventato per me una enciclopedia vivente delle scalate al Pizzo del Diavolo. Devo dire che avevo fatto li’ una sola via, nel 1996, con Tonino e in quella occasione avevo anche conosciuto, con mio notevole disappunto, Alessandro e Cristian... non ero abituata a pensare che si potessero fare vie in montagna con quattro dadi, tutti della stessa misura, ma mi sono dovuta ricredere!!!

gruppoCi sono tornata, qualche anno dopo, per una corso di Alpinismo. Mi erano stati dati due allievi e sulla mia stessa via, la Diretta al Colletto, c’era anche Achille con i suoi. Durante l’avvicinamento mi ha riempita, su mia richiesta, di informazioni sulla via, sui passaggi, sulle protezioni... ricordava anche il colore di alcuni chiodi!

Tutto questo mi ha colpita molto e la stessa cosa si e’ ripetuta anche in molte altre occasioni: Achille ricordava tutto delle sue scalate!!!

Anche andare al Gran Sasso con Achille, a ripetere delle vie classiche, alle quali era molto affezionato non richiedeva l’uso della guida... bastava lui.

Devo dire che mi manca molto. Tra noi ci sono state delle incomprensioni nell’ ultimo anno, un po’ per colpa dei miei modi un po’ irruenti e un po’ per le sue convinzioni che, a volte, non lasciavano nessuno possibilita’ di discussione. Questo ha significato un lungo silenzio e mentre sembrava si stesse aprendo uno spiraglio, mi e’ arrivata la notizia della sua morte. Anche questa, per me, e’ stata una lezione di vita!

Ho sentito un grosso vuoto e ho realizzato che, vivendo la vita di tutti i giorni, come sempre pensando che ci sia un altro giorno, si rimandano cose che sono importanti e che potrebbero, come in questo caso, non avere un domani.

Quanti giorni preziosi buttati...

Qualche mese fa, facendo con Tonino e Lino la Direttissima al Pizzo del Diavolo, una volta arrivati in vetta ho aperto la cassetta che contiene il libro di vetta e mi sono ritrovata tra le mani una foto di Achille, sorridente, che qualcuno aveva voluto lasciare li’. E’ stata una bella sorpresa! Lui non c’e’ piu’ ma il suo ricordo resta e mi accompagnera’ ogni volta che mi trovero’ nei posti dove ho imparato a conoscerlo e che lui amava cosi’ tanto.

Antonella Balerna


Fotografie

  1. 2006 - Campodolcino, stage di cascate di ghiaccio, Achille al centro

 

Il Gruppo Alpinisti Piceni

La sola roccia che conoscevo, quando venni ad abitare ad Ascoli, era quella degli scogli del Passetto, ad Ancona, dove avevo imparato a nuotare. E fino a 13 anni non avevo mai visto nemmeno le montagne, dalle quali fui subito attratto. L’ebbrezza dello sci, quella si l’avevo provata, attaccato a mio padre che sciava (sci di hickory con attacchi fissi e bastoncini di bambù), in un anno di particolare innevamento, sulla ripida via Battisti di Ancona.

Fu ancora mio padre a farmi conoscere la montagna portandomi a sciare, nel 1951, sulla Montagna dei Fiori; fino al San Marco, dove terminava la strada, si arrivava con il pullman di Procaccioli che immancabilmente si fermava sulla stretta curva dopo San Pietro - allora tutti giù a spingere - poi si saliva in fila indiana, gli sci sulle spalle incrociati coi bastoncini, dal Pianoro al Rifugio Paci, per fermarsi a sciare lì intorno, i principianti, sparpagliandosi gli altri sul vicino Giammaturo o sul Colle della Luna, a San Giacomo o alle “Tre Casciare”; solo pochi, che io guardavo con immensa invidia e ammirazione, si spingevano sino ‘alla croce’ della cima.

Un giorno qualche amico mi fa conoscere, sotto San Marco, il Dito del Diavolo: nel salirlo per la ‘normale’, slegato come gli altri, provo una sconosciuta e fortissima emozione sulla traversatina dopo il diedro.

logo gapNegli anni ‘50, accanto alle frotte di sciatori, compaiono personaggi strani che si dirigono al Dito del Diavolo forniti di corde, grandi chiodi forgiati a mano, pantaloni alla zuava; salgono arrampicando assieme, con corde da 20 metri di canapa comprate in piazza dai venditori di articoli agricoli, le stesse che servono a legare le vacche. Intorno al 1954 comincio anche io a frequentare il Dito con una certa assiduità, prima con un compagno di scuola, poi con Tito Zilioli, conosciuto sui campi di sci, e Luigi Fanesi: non sappiamo quasi nulla delle tecniche, ho ancora una foto che immortala il mio ‘secondo’ mentre mi assicura tenendo la corda con le mani in alto, come se stesse suonando le campane.

Qualcuno però sa come legarsi, assicurare, scendere a corda doppia: Tullio Pallotta, che frequenta il Dito sin dal 1945, insegna le tecniche apprese facendo il militare ad un gruppo di giovani, tra i quali il migliore tecnicamente è Dino Martelli, usando opportunamente una corda da arrampicata e pedule di feltro: è lui che apre ad Ascoli le porte all’alpinismo e anche chi approda da solo al Dito come Francesco Balena, Mario Lupi, Claudio Perini, Francesco Saladini ed altri, finisce coll’incontrarlo e prenderne nozioni ed entusiasmo.

Sul Dito del Diavolo, oltre che per la normale e la paretina sud, si sale dove i chiodi contrassegnano le due vie più difficili, “l’Elica”, di Tullio e la “Martelli”, da salire allora “a forbice”, una tecnica che permette di superare i tratti più difficili con la corda che, zigzagando tra i chiodi, fa un attrito enorme; più tardi Tito Zilioli apre una via sul diedro del versante ovest che presenta difficoltà di 6° grado e prova le sue non comuni capacità.

Nel 1955 Francesco Balena, da poco diplomato portatore assieme a Mario Lupi e Carlo Mariani nell’unico Corso del Centro Italia, porta Francesco Saladini e me sulla cresta NE del Corno Piccolo, lasciando a terra Tito che vorrebbe seguirci e che fa parte invece del piccolo gruppo – lui, Ignazio Castellani ed io – che nel 1956 comincia autonomamente ad arrampicare al Gran Sasso.

coperlina guida vettoreSaliamo itinerari brevi alle Fiamme di Pietra come la Ciai-Pasquali, che Tito percorre anche slegato, e la via dei Triestini, ma affrontiamo anche, Tito ed io, la nostra prima parete, la est del Corno Piccolo per il Primo Camino a Nord della vetta, dove rimedio una notevole strizza sulla roccia viscida all’entrata nella grotta.

L’ambiente vasto e complesso della montagna rispetto a quello limitatissimo della palestra ci fa capire che non è il caso di procedere “a vista” come al Dito del Diavolo. Ci occorrono le relazioni tecniche, ma poiché la Guida del Gran Sasso di Vittorj-Pietrostefani è introvabile, me la faccio prestare da Silvio Jovane della SUCAI Roma e la copio tutta su un quaderno.

Sempre nel 1956 Tito ed io percorriamo al Pizzo del Diavolo (Sibillini), guida dell’Appennino Centrale di Landi-Vittorj alla mano, la Direttissima al Colletto del Gran Gendarme, non più ripetuta dopo l’apertura nel ‘34: all’uscita Tito, invece di traversare a destra sulla parete, tira dritto nella fessura-camino su difficoltà nettamente superiori a quelle dell’itinerario originale.

In queste nostre prime arrampicate l’entusiasmo è alle stelle, ma notevole è pure la mancanza di esperienza: è questa certamente a provocare la caduta di Tito, il 9 settembre 1956, da un attacco sbagliato della “Crepa” al Corno Piccolo. Pure accorgendosi che le difficoltà sono eccessive rispetto a quelle indicate per la via, Tito continua a salire, cade da 12 metri ai miei piedi, con grande shock anche mio, riportando solo diverse ma non gravi ferite. Dopo pochi mesi sarà sugli sci, prima sulle piste e poi in montagna.

Il 1956 è l’anno del contatto con la SUCAI Roma; frequento la Sapienza e da un avviso in qualche bacheca della Sottosezione Universitaria vengo a sapere che in autunno si effettuerà un corso di roccia. Mesi prima ottengo assicurazione verbale che potrò frequentarlo, torno all’università un mese prima dell’inizio delle lezioni (a casa, dove parlare di arrampicata è come parlare di suicidio, dico che sono state anticipate) per frequentare il corso di roccia, lo supero, conosco così, quali istruttori, alpinisti formidabili come Franco Alletto, un grande maestro, Paolo Consiglio, Silvio Jovane, Gigi Mario, Dado Morandi. Le maggiori difficoltà che supero nel corso sono quelle per convincerli a fornirmi le relazioni di tutte le lezioni teoriche; resistono a lungo ma alla fine, sotto il mio martellante assedio, cedono.

Nel 1957 seguono il corso SUCAI Claudio Perini e Pinetta Teodori, anche loro universitari alla Sapienza, mentre nell’anno successivo io supero il 2° corso, quello di alpinismo. L’incontro con gli amici della SUCAI determina un forte salto di qualità nell’alpinismo ascolano: è il passaggio dall’alpinismo improvvisato, fai da te, a quello serio, moderno. La montagna ci attira in tutti i suoi aspetti, estivo e invernale, gli orizzonti si allargano, il nuovo ci interessa anche in campo sci-alpinistico ed escursionistico: nel 1957 con gli sci, passando a destra del canale dei mezzi litri, in ripresa dopo la caduta, Tito sale con me il Vettore, poi il teramano Gigi Muzii porta alcuni di noi ad effettuare per la prima volta una indimenticabile traversata scialpinistica, quella “della Provvidenza” al Gran Sasso.

gruppoAttratti da montagne nuove e dal vagabondare sulle loro creste percorriamo, da Montemonaco ad Arquata, le creste dalla Sibilla al Redentore, scoprendo il piacere di camminare su itinerari sconosciuti e di seguirli mediante le carte topografiche, un modo di fare escursionismo allora inusuale, indipendenti da tutti. In agosto Tito si spinge più lontano effettuando assieme a Claudio Perini, con una tenda pesantissima sulle spalle, una lunga traversata della Majella, da Pretoro a Taranta Peligna per il Monte Amaro.

Dopo la caduta sulla Crepa, nell’estate 1957 Tito torna ad arrampicare al Gran Sasso ed al Pizzo del Diavolo con Fernando Di Filippo, me, Claudio Perini e Francesco Saladini su vie più e meno lunghe e difficili, mostrando d’essere ormai il migliore tra noi; percorre così una quindicina di vie, numero notevole per quell’epoca anche in considerazione delle difficoltà per raggiungere con i mezzi le montagnee.

In una di queste salite, la via del camino sulla Est del Pizzo del Diavolo, aperta da d’Armi e Maurizi nel 1932, viviamo un’autentica avventura. Ci leghiamo in 3, Tito, Claudio ed io, con una corda da 24 metri e salendo incontriamo difficoltà molto superiori a quelle di 2° grado dichiarate dalla guida dell’Appennino Centrale; è Tito a passare per primo in quel camino strettissimo che dà nome alla via, un vero budello dove si sale solo puntando le ginocchia seguìto da un canale colmo di ghiaia e sassi, gran parte dei quali finisce inevitabilmente sulle nostre teste: 2000 metri di dislivello con 400 di arrampicata, 20 ore da Arquata ad Arquata con rientro in paese a mezzanotte, giusto in tempo per evitare la partenza delle guide Lupi e Balena in nostro soccorso il che, per i rapporti che c’erano con il CAI, ci avrebbe marchiato a vita di disonore!

Grande è il nostro desiderio di arrampicare, ma anche di organizzare, di incontrarci in una sede che il CAI non ha; per le nostre aspirazioni ad un vero alpinismo sono intollerabili la retorica e l’inerzia di una Sezione che non convoca assemblee, che riunisce solo 2 direttivi - e solo per deliberare un prestito necessario all’impianto della ‘Nordica’ a Forca Canapine - nel periodo tra il 1952 e il 1958, organizza a stento qualche gita sociale, soprattutto equipara la voglia d’arrampicare ad una pazzia pericolosa.

Sulla stampa locale chiediamo polemicamente un’assemblea, che viene convocata per l’11 febbraio 1958 e nella quale Saladini legge una mozione, firmata, oltre che da lui, da Danilo Angelini, Ignazio Castellani, Luigi Romanucci e me, che chiede alla Sezione di muoversi, di organizzare, di permettere ad Ascoli, come è suo compito, lo sviluppo di quell’alpinismo che fuori di essa è innegabilmente cominciato; ma la chiusura culturale è troppo forte per essere intaccata, la richiesta viene respinta senza neppure una vera discussione.

Non era difficile prevederlo, quindi ci siamo preparati: il giorno dopo, 12 febbraio 1958, 19 amici costituiscono il Gruppo Alpinisti Piceni in una stanzetta del Palazzo del Popolo che l’Associazione Partigiani ci cede in virtù delle idee di sinistra professate da molti di noi - la sigla del GAP ci piace particolarmente perché copia quella dei Gruppi di Azione Patriottica operanti nella Resistenza.

Oltre che da giovani che arrampicano - ma c’è anche Fioravante Bucci, il mitico “vecio” che comincia a 50 anni - nel GAP si ritrovano escursionisti che per qualche motivo non legano col CAI come Danilo Angelini, eletto presidente, Orlando Micucci e Nerio Staffolani, qualche ragazza, soprattutto molto entusiasmo che sopperisce ai pochissimi soldi ed alla rarità dei mezzi di trasporto.

Ma il destino bussa presto alla nostra porta: il 30 marzo 1958 Tito Zilioli, segretario del GAP da meno di due mesi, muore stroncato da un collasso cardiaco durante la discesa dal Vettore dopo avervi effettuato in condizioni ambientali proibitive la prima ripetizione invernale della via del canalino assieme a Claudio Perini, Francesco Saladini e Pinetta Teodori: è un colpo durissimo, tutti perdono un amico intelligente, serio e capace, io il compagno di corda che in una attività di oltre mezzo secolo ho sentito più vicino.

Il triennio 1958-60, quello fuori dalla Sezione, è il periodo di massimo splendore per il GAP: i soci aumentano, si organizzano ogni domenica gite sociali al Gran Sasso o sui Sibillini, su diverse cime di questi ultimi ‘posiamo’ libri di vetta entro robuste custodie di ferro realizzate da Bucci, si allestisce una mostra fotografica dell’attività svolta, si chiama Walter Bonatti per una conferenza, si propagandano le iniziative sulla stampa locale. Ogni ascensione o escursione viene raccontata in una relazione scritta con orari, condizioni meteo e della montagna ed altre notizie utili a chi intenda ripeterla; sui nostri maglioni spicca la ‘patacca’ del GAP ricamata a mano - una ammiccante ciàula con corda e piccozza - e ogni giorno si passano ore in sede, e spesso nelle vicine osterie, a discutere di tutto. E con il confronto si cresce, tecnicamente ma anche culturalmente.

L’avvicinamento, quando non c’è il pullman delle gite sociali, resta un problema: non bastano il Guzzi “Galletto” di Danilo Angelini, quello di Bucci e la Topolino di Orlando Micucci (l’unica auto disponibile, nella quale si viaggia in 4 con gli zaini, stipati come acciughe), le montagne si raggiungono dunque con bus di linea fin dove arrivano, con mezzi di fortuna, in autostop, in bicicletta; si dorme in case private, a Pietracamela da Aladino Parogna, ma in mancanza di contante nei fienili, a Pretare è comodo quello sulla destra prima della piazzetta; si parte ben prima dell’alba, da Pretare, dopo aver cantato per ore nell’osteria di Arcangelo accompagnati dalla mia armonica a bocca e dai coperchi di pentola di “Pezzozza”, il simpaticissimo spazzino del paese, e a volte, da Pietracamela, affrontando 1900 metri di dislivello prima di ‘attaccare’ la traversata delle 3 Vette.

Malgrado queste difficoltà, anzi forse grazie ad esse, cominciamo ad ottenere risultati. Nell’agosto ‘58 Claudio Perini sale con me la prima nuova via di roccia ufficiale ascolana, la via GAP alla Punta Maria sul Pizzo del Diavolo; nell’autunno dello stesso anno realizziamo il primo dei corsi di roccia che nel ‘62 diverranno Scuola riconosciuta dal CAI centrale. Direttore del corso Dino Martelli, istruttori i tre di noi che hanno superato i corsi della SUCAI. Tra i 9 allievi Giuseppe Fanesi, Marco Florio, Giuseppe Raggi, Francesco Saladini, tutti già con esperienze di arrampicata. Nel luglio ‘59 accantonamento al Lago di Pilato per ripetere tutte le vie del Pizzo del Diavolo ai fini della pubblicazione nel 1960 della ‘Guida del Monte Vettore, a prova dei nostri interessi anche culturali. La prima puntata collettiva sulle Alpi, sempre nel ‘59, permette a 6 di noi di effettuare la traversata di alcuni 4000 del Rosa (Nordend, Zumstein, Gnifetti) e subito dopo a me quella del Cervino.

calbiani al cervinoIl 1959 è l’anno della migliore attività alpinistica del GAP: mai si è raggiunto, sino ad oggi, quel numero di salite, e con quell’entusiasmo, in rapporto alla scarsa esperienza ed al ristrettissimo numero di cordate. Alla fine dell’estate sono 5 le vie aperte dal GAP (4 dalla cordata Florio-Calibani e una da Saladini-Perini): quelle al Pizzo del Diavolo vengono realizzate in competizione col valido gruppo dei maceratesi ed è in questo clima che Claudio e Francesco, dopo avere attaccato sulla Nord il passaggio lasciato da D’Armi con un chiodo vent’anni prima, ma incapaci di superarlo per le abbondanti libagioni della sera precedente, si incastrano nella fessura impedendo in pratica di provarla a Giuliano Mainini e Mario Corsalini arrivati all’attacco con lo stesso obbiettivo; i due ascolani torneranno nel corso della settimana ad aprire la via.

Il 1959 è anche l’anno della scoperta del Paretone al Gran Sasso, ancora quasi inesplorato (Silvio Jovane e Gigi Mario vi hanno aperto la prima via, Lino D’Angelo e Clorindo Narducci la seconda): Marco Florio ed io, ora abituali compagni di cordata, dopo essere arrivati in autostop ai Prati ed avere bivaccato all’Arapietra ci avventuriamo sulla D’Angelo Narducci, la percorriamo in parte e saliamo poi una lunga variante nuova, oggi considerata via autonoma, raggiungendo Pietracamela di notte: un’avventura emozionante in una zona sconosciuta, grandiosa, con un vuoto di oltre mille metri sotto i piedi, dove torneremo più volte.

Mano a mano che cresce l’esperienza ci attirano le vie classiche poco ripetute, possibilmente in ambienti selvaggi, ma più ancora ci entusiasma l’emozione dell’alpinismo esplorativo: anche per questo siamo sempre più attratti da quella forma di alpinismo completo che è l’alpinismo invernale.

Iniziamo nel 1959 con la cresta di Galluccio al Vettore che percorriamo in 6 (Calibani, Romanucci, Florio e Saladini, Teodori, Perini, prima invernale) e dopo le prime invernali della Marsilii al Vettore (1960, Ugo Capponi e Romanucci) e della Nord del Pizzo del Diavolo (Raggi e Capponi, 1961), una salita lunghissima, in ambiente grandioso: la Iannetta al Paretone (1961, Florio e Calibani, prima ripetizione).

Di quest’ultima salita ricordo l’avventuroso avvicinamento in Lambretta, di notte, fino a S. Nicola, l’incontro in un fienile del paese con i sucaini Gigi Mario ed Emilio Caruso, insieme con i quali percorriamo il gran canale, infine il ritorno: il presidente del GAP Danilo Angelini, che ci è venuto incontro a S. Nicola, carica Marco sul suo Galletto, io seguo in Lambretta ma mi addormento e vado a sbattere contro un muro; Danilo, non vedendo i miei fari, torna indietro a cercarmi lasciando a terra Marco che subito si addormenta …infine il ritorno in tre sul Galletto, uno solo sveglio.

Dietro a Marco riesco a realizzare due difficili prime invernali, quella alla Gervasutti, nello stesso 1961 e, in due giorni del 1963, la più bella e difficile invernale della mia vita, quella della cresta Nord della Vetta Orientale al Gran Sasso: ricordo Marco sopra la mia testa con le punte dei ramponi conficcate su croste di ghiaccio verticali, il bivacco sulla cengia nella tendina ancorata ai chiodi e la bufera del giorno dopo, con la montagna che si caricava pericolosamente di neve e le slavine che spazzavano i pendii.

Con la riunificazione al CAI, nel 1961, il GAP perde man mano la propria individualità e lo spirito di corpo, ma non la spinta all’alpinismo, che anzi cresce: ho già detto delle principali invernali di Marco, a cui va anche il merito di avere ripetuto, per primo nel GAP, alcune delle più difficili vie di roccia del momento al Gran Sasso (Via dei Pulpiti, Monolito, Spigolo a destra della Crepa), e di avere dato un contributo all’esplorazione del Pizzo del Diavolo e del Gran Sasso con una serie di vie nuove; a Peppe Fanesi, che sarà nel 1968 il primo istruttore nazionale di alpinismo delle Marche, va riconosciuto il merito di aver riscoperto dopo trent’anni, assieme a Francesco Bachetti, la temuta nord del Camicia (1967) e la est del Pizzo Intermesoli con vie nuove (1968-70) sui Pilastri di centro e di sinistra; Bachetti apre a sua volta con vari compagni una lunga serie di vie sul Corno Piccolo che, per molto tempo sottovalutate, presentano in realtà le difficoltà alpinistiche più alte tra quelle aperte in quegli anni dagli alpinisti del GAP.

La Scuola di alpinismo del GAP svolge, coi suoi corsi di roccia, l’importantissima funzione di diffondere ad Ascoli un alpinismo moderno che continuerà a crescere verso orizzonti sempre più lontani: prima con una serie di accantonamenti e di campagne alpinistiche si realizzeranno salite in alcuni dei principali gruppi delle Alpi Occidentali, Centrali e delle Dolomiti, poi ci si spingerà fuori Europa con le spedizioni nel Gruppo del Munzur in Turchia (1970) e nell’Hindu-Kush in Afganistan (M6, 6138 m,1972).

Chiudo queste note sottolineando che nel GAP l’alpinismo ascolano è divenuto, da attività individuale, esperienza di gruppo, come tale conosciuta a apprezzata nel centro Italia, e che in quegli anni per noi non esisteva un distacco tra il modo di andare in montagna e quello di comportarci in città e nella vita di tutti i giorni, tanto che ai più attivi tra noi i problemi sociali interessavano allo stesso modo di quelli alpinistici. Credo che se oggi la Sezione e le scuole di alpinismo e sci-alpinismo operano collegialmente in piena naturalezza, ciò affondi le radici nella ricchezza di idee, di confronto, di impegno comune di quegli anni così belli e lontani.

Maurizio Calibani


Fotografie

  1. Il logo del GAP
  2. 1968 - la prima guida alpinistica del Vettore
  3. 15.6.1958 - sulla cima del Pizzo dopo lo spigolo NE integrale: da sinistra Gigi Mario, F. Saladini, C. Perini, M. Florio, seduto Silvio Jovane
  4. 1959 – M. Calibani con Enrico Bomba sulla cima del Cervino

 

Storie dal paradiso

28 aprile ‘96 - “Al rifugio Federico Chabod”

Siamo arrivati all’Alpe Pravieux, sono dieci ore che siamo in viaggio e non vediamo l’ora di sgranchirci le gambe, ci aspettano 900 metri di dislivello e uno zaino che sicuramente supera i dieci kappagi.

In circa un’ora siamo giù organizzati, nel frattempo il peso nello stomaco è aumentato, quello strano sformato di mele di Teresa si è messo nello stomaco come un blocco di granito. Il sentiero comincia a tirare presto e dopo un‘ora di zig-zag siamo all’Alpe di Lavassey, dove finalmente sotto un pallido sole pomeridiano, possiamo calzare gli sci e diminuire il peso sulle spalle. Il bosco di larici, man mano si dirada e tra una balza e l’altra guadagnamo quota. Francesco tira come una ruspa e non si ferma ad osservare il panorama, qualcuno più indietro invece se la gode. Arriviamo all’incantevole rifugio Chabod intorno alle diciotto, molto scaglionati e rintronati, siamo tutti sistemati in una grande stanza, cosicché il gruppo avrà modo di fare intima conoscenza.

29 aprile ‘96: “I crepacci del Laveciau”

enrico1Una sveglia suona alle quattro, è decisamente molto presto. Oltre la suoneria inizia una scarica di flatulenze che rimbomba da una cuccetta all’altra. Alle cinque sono più di una le sveglie in allarme, ma affacciarsi alla piccola finestra è come avere la sensazione di essere caduto in un bicchiere di latte.

Si torna a dormire, ma rimane difficile riprendere sonno per via delle scariche che continuano in risonanza. Alle sei non ce la faccio più e vado alla finestra, sembra che il tempo sia più aperto. Dopo un po’ sono tutti in piedi a trafficare negli zaini. Fatta la colazione usciamo fuori domandandoci quale direzione è meglio prendere. Scendiamo in un valloncello sotto il rifugio, ma subito dopo aver consultato la carta ci accorgiamo di un errore di itinerario. Risaliamo faticosamente la morena del ghiacciaio di Montadyne, alla prima sosta il bilancio è di un’ora di ritardo sulla tabella di marcia.

Con un lungo diagonale a quota 3200, ci immettiamo tra i crepacci del ghiacciaio di Laveciau, ogni tanto il sole fa capolino tra le nubi e i fantastici seracchi che ci circondano riflettono la luce come fossero diamanti. Poco prima della schiena d’asino il tempo si chiude e inizia a nevicare. Teresa, Luca ed io arriviamo al colle e decidiamo di aspettare gli altri per prendere una decisione. Mentre aspettiamo il tempo è peggiorato notevolmente, ogni tanto ci passano a fianco frotte di scialpinisti che scendono al rifugio Vittorio Emanuele.

Guardo l’orologio, sono le 14:00, la visibilità è ormai ridotta a qualche decina di metri, andare avanti non mi sembra il caso. Inoltre siamo abbastanza strippati per forzare il gioco. All’unanimità decidiamo di scendere, ma sorpresa… dopo nemmeno 100 metri di dislivello siamo fuori della nebbia. Anche se continua sfiocchettare il leggero strato di neve caduta ci fa godere delle stupende serpentine. I pendii che portano al rifugio sono sostenuti e il tutto ci ripaga delle cinque ore di salita sul ghiacciaio di Laveciau.

Arrivati al Vittorio Emanuele ci sistemiamo in tre accoglienti camerette, chiediamo al disponibile gestore di poter pernottare anche il giorno successivo, in modo da avere la possibilità di ritentare la cima del Gran Paradiso.

30 aprile ‘96: “I 4061 del Gran Paradiso”

Sveglia alle 5:00, dopo colazione cerchiamo di muoverci più rapidamente possibile ma prima delle 6,30 non riusciamo a puntare gli sci verso l’alto. Il manto nevoso è duro e di conseguenza la progressione con gli sci è abbastanza veloce, un ora dopo siamo sotto il primo grande balzo del ghiacciaio del Gran Paradiso. Aspettiamo Rino e Fabio in modo da compattare le cordate, nel frattempo un altro gruppo ci sorpassa e in un solo diagonale ci ritroviamo su un pianoro che porta al secondo balzo prima della schiena d’asino. Viaggiamo faticosamente anche perché c’è nebbia, vista e mente non possono spaziare e non rimane che concentrarsi sulle spatole dei propri sci o sulle code del compagno che ci precede.

Arriviamo a quota 3800 metri dove cavalchiamo la cresta di giunzione tra i ghiacciai di Laveciau e Gran Paradiso. All’improvviso un bagliore sembra accecarci, il sole scaccia le nubi e intorno a noi è uno spettacolo d’incomparabile bellezza. Il nuovo orizzonte di seracchi e picchi di granito ci da una spinta propulsiva indescrivibile. In un attimo siamo alla crepaccia terminale e dopo qualche metro alla sella nevosa tra il Roc e la vetta del Gran Paradiso. Man mano tutti calzano i ramponi e si avviano alla vetta; Stefano che sta davanti mi grida che occorre piazzare una corda affinché tutti possano arrivare in cima in sicurezza.

Dopo che tutti hanno esaudito il desiderio di abbracciare la madonna di vetta, torniamo indietro e iniziamo la discesa, il mal di testa dovuto alla quota avanza inesorabilmente e nel frattempo ha ricominciato a nevicare. La discesa non è godibile, neve e nebbia ci sbarrano la strada è un continuo fermarsi alla ricerca dell’itinerario più idoneo. Un gruppo di francesi ci segue, ritenendoci esperti dei luoghi, appena arrivati in rifugio si precipitano a ringraziarci per avergli fatto da guida. Il mal di capo adesso è più martellante che mai e non rimane che infilarsi in cuccetta a riposare.

Passata qualche ora, arriva Stefano a svegliarmi e mi annuncia che è arrivato Marcello Ceci da Pont per fare una gita in occasione del 1 maggio. Scendo velocemente le scale per incontrare Marcello e sulla porta della sala da pranzo ci abbracciamo calorosamente. E’ incredibile, il solo italiano presente al Vittorio Emanuele è ascolano come noi. Ci intratteniamo a parlare e intanto cerchiamo di programmare la gita per il giorno successivo, che secondo le previsioni meteo dovrebbe tendere al meglio. Decidiamo di salire la Tresenta e traversare poi in discesa fino al vallone di Seiva che porta fino a Pont. La sera a cena, nonostante il mal di testa non sia ancora passato definitivamente, trascorriamo una piacevole serata ripensando alla bellissima cima del Gran Paradiso. Il simpatico cameriere “Pupo” si improvvisa cabarettista e inizia a tessere una serie di esilaranti battute con Luca e Andrea. Più tardi, fuori del rifugio per la solita sigaretta digestiva, facciamo conoscenza con una guida tedesca.

Il tempo non accenna a migliorare e ogni tanto i tavoli di fronte all’ingresso si coprono di candidi tovagliati bianchi.

1 maggio ‘96: “Magica polvere”

in vettaDi buon ora ci alziamo e fatti i “bagagli” ci accingiamo molto lentamente a partire. I sacchi tornano a pesare sulle spalle, speriamo di lasciare al più presto sotto la neve il materiale superfluo, per poi riprenderlo al ritorno. Il vallone di Moncorvè, sale gradatamente verso la spettacolare piramide della Tresenta, al di là il ghiacciaio di Noaschetta non è visibile. Sulla sinistra in ombra i contrafforti del Gran Paradiso paiono delle mura invalicabili e sulla destra la straordinaria cupola del Ciarforon si illumina del primo sole mattutino.

Arrivati sotto il triangolo della cima non rimane che superare gli ultimi 500 metri di dislivello; Marcello apre le danze e prende di petto l’ostacolo che gli si para davanti. Noi attendiamo un po’ poi con due lunghi traversi iniziamo a guadagnare quota. Gli ultimi 100 metri alla vetta sono percorsi evitando i numerosi massi che affiorano dalla coltre nevosa. In cima verso sud-ovest, lo scenario è grandioso; ecco la Vanoise con la becca del Mont Pourrì e più a sud si distingue bellissimo il Monviso.

Facciamo numerose foto di gruppo, nonostante la densità di popolazione in quei pochi metri quadri della vetta. La temperatura è di poco sotto lo zero non stiamo più nella pelle al pensiero di goderci delle stupende serpentine su quella magnifica neve. Oltrepassata la “zona minata” delle pietre, con un traverso verso est, raggiungiamo il pendio da sacrificare sotto le nostre lamine. Un lungo respiro e via, tra gli spruzzi di polvere bianca. La discesa è esaltante e vorremmo che non finesse più. Dopo aver percorso il ghiacciaio di Moncorvè, ci avviciniamo al grande masso erratico che avevamo scelto per la custodia del materiale.

 

Lì troviamo anche Teresa che ci ha aspettato estasiata alla vista delle miriadi di serpentine sul versante nord della Tresenta. Con un leggero traverso in salita raggiungiamo il colle sotto la cresta nord-ovest del Ciarforon e attraverso il ghiacciaio di Monciar sfiliamo sotto l’omonima becca in un ambiente glaciale incantevole, fino ad immetterci nello smisurato vallone di Seiva. Qui facendo lo slalom tra grosse valanghe, riusciamo guadando il torrente numerose volte con gli sci ai piedi a raggiungere Pont, dove sotto il boato di ulteriori valanghe ci dissetiamo in un profondo boccale di birra.

 

2 maggio ‘96: “Il bel sentiero nel parco”

Dopo aver trovato alloggio a Cogne nella piccola pensione di Sylvenoire, ci svegliamo al mattino senza troppa fretta gustandoci il bel lettone dell’albergo. Il proprietario, nonostante manifestasse la voglia di andarsene al più presto (eravamo i soli clienti presenti), ci riserva una colazione degna della migliore tradizione turistica valdostana. Tanto è che una volta a tavola, facciamo razzia di tutto quel ben di Dio che c’è sopra. Dato che la giornata prevede solo la salita al rifugio Sella, decidiamo di fare una visita alle cascate di Lillaz, situate all’inizio dello splendido Vallone di Valleille.

Le cascate sono affascinanti, ma il tempo minaccia brutto e inizia a sfiocchettare. Tornati a Cogne saliamo verso Valnontey, ci prepariamo, ma a causa delle bizzarrie del tempo ci dilunghiamo alla riparazione degli sci sotto il loggiato di un chiosco. Appena si riapre un po’ partiamo. Dopo quindici minuti di cammino, Fabio si accorge di aver dimenticato ramponi e rampant: “OK! Ti aspettiamo”. Intanto gli altri cominciano a fare strada. Il sentiero è veramente bello e ben tenuto, d’altronde siamo nel cuore del parco e questo è ulteriormente dimostrato dai numerosi stambecchi che ci sfilano a lato del sentiero. Più in alto riusciamo ad osservare gruppi di camosci al pascolo e le marmotte che timidamente escono dalla tana. Intanto la neve si deposita sui rami dei larici, sui ciottoli del sentiero e sulla groppa degli stambecchi, questo mondo che ci circonda diventa più magico e irreale, sembra di vivere in una fiaba.

Le nubi si squarciano, la visibilità aumenta rapidamente, siamo intorno a quota 2300 metri, un lunghissimo traverso poi una leggera salita portano al pianoro dove è collocato il rifugio Vittorio Sella. Esteticamente non è il massimo, però all’interno è molto accogliente e in più il gestore è molto disponibile. Nel pomeriggio gli allievi insieme agli istruttori progettano e sviluppano la tabella di marcia per la gita alla Gran Serra, nel frattempo fuori continua a nevicare e si accumula uno strato di una trentina di centimetri. Dopo un‘abbondante cena, digerita a suon di grolla, usciamo fuori per una sigaretta e fantastica la luna appare in tutto il suo splendore accarezzando con una luce inverosimile in contorni del paesaggio circostante. È uno spettacolo appassionante, soprattutto pensando a domani e a quello che ci aspetta, qualcuno propone, “Partiamo adesso!” Non lo facciamo, ma andiamo a letto col proposito di svegliarci molto presto.

3 maggio ‘96: “La Gran Serra”

L’indomani alle cinque del mattino siamo già sopra gli sci e fin dall’inizio la giornata si prospetta davvero speciale; la Grivola dietro le nostre spalle è accesa dal fuoco dell’aurora. Avanziamo circondati da questo splendido scenario, mentre il sole avanza da oriente. Risaliamo il ghiacciaio di Loson per la morena centrale e superati i 3000 metri di quota entriamo in un immenso plateau dove i primi raggi di sole si rincorrono in un interminabile gioco di luci e ombre. Sulla sinistra del grande circo glaciale individuiamo il canalino che ci permetterà il passaggio al ghiacciaio superiore del Gran Val. Stefano batte la traccia e sprofonda fin oltre il ginocchio, stiamo in campana per il superamento del ripido tratto, dopo un’ora di “sbuff sbuff” siamo tutti al colle.

Al di là, lo spettacolo che ci si para davanti ai nostri occhi è a dir poco superbo; tutta la testata della Valnontey splende alle prime luci del giorno, il ghiacciaio della Tribolazione è un mare bianco increspato da scintillanti seracchi e tutto intorno una corona di candide cime. Stefano sembra programmato per la vetta, Andrea lo segue come un’ombra (lunga però), noi estasiati contempliamo ancora per un po’ questo effimero momento. Riprendiamo il cammino sulla profonda traccia nella neve polverosa, Andrea ha preso il posto in prima fila e batte la neve come un caterpillar. Intanto dalla cima della Gran Serra è venuto giù un bel lastrone. Occhio ragazzi! Cerchiamo di tenerci sempre su un percorso in sicurezza. L’ultimo pendio lo percorriamo seguendo la cresta sud della montagna fino sotto le rocce terminali della vetta.

Gli ultimi cinquanta metri li attrezziamo con una corda fissa, in cima il vento fa turbinare la neve caduta la sera precedente, al di là il ghiacciaio di Timorion gioca con le luci che filtrano attraverso le nubi. Uno alla volta arriviamo alla croce di vetta, siamo commossi e allo stesso tempo entusiasti del momento che stiamo vivendo. Ci aspetta una discesa memorabile, come al solito Stefano apre le danze e inizia una serie interminabile di serpentine, via via tutto il gruppo scivola verso il basso in una neve da film. Alla sella, che è il punto chiave della salita scendiamo uno per volta per limitare al massimo il sovraccarico del pendio. Ci tuffiamo nella polvere bianca con decisione, spruzzi di neve ci si infilano in bocca, mentre cerchiamo il respiro. La discesa continua tranquilla fino al rifugio dove sostiamo per mandare giù qualcosa nello stomaco e salutare Jan e i suoi amici.

Continuiamo con gli sci, mente qua e là si intravedono marmotte uscire dalle loro tane, all’alpeggio di Tramava riprendiamo il sentiero che ci riporta a Valnontey. Siamo appagati, soddisfatti, contattiamo telefonicamente Alessandro alla Caserma Monte Bianco per passare la serata insieme e festeggiare la fine di questo magnifico raid. Dopo una pantagruelica cena, annaffiata con un dolcetto d’Alba da brivido, usciamo dal ristorante ai “Tre galli” di La Salle sotto una pioggia torrenziale, riusciremo domani a realizzare il sogno nascosto nel cassetto?

4 maggio ‘96: “Nel castello di neve e di ghiaccio”

Sono già sveglio da un pezzo e non vedo l’ora di affacciarmi alla finestra per scrutare il gigante. Vado in camera di Stefano che mi ha sostenuto fin dal primo momento a realizzare l’idea. Insieme usciamo sul balcone della camera, le nuvole si spingono contro le guglie del versante italiano del Bianco, ma lasciano intravedere spiragli di luce. I pendii intorno a Prè Saint Didier sono tutti sbruffati di neve, in alto deve aver nevicato abbondantemente. Il tempo scorre… decidiamo, si và!

Passo in tutte le camere per svegliare i compagni, un’ora dopo siamo nel furgone e ci avviamo verso il traforo. Oltrepassiamo il lungo tunnel, al di là Chamonix si sta svegliando con i tetti delle case imbiancati e il cielo coperto da una coltre di nubi. Arriviamo al centro della “ville”, alla stazione di partenza della funivia per l’Aguille du Midi, alla biglietteria c’è già gente in attesa, guide e clienti tutte bardate per la partenza.. Buon segno. Dopo un po’ espongono il bollettino meteo in quota: oltre i 3400 metri, cielo sereno, assenza di vento e temperatura meno tredici. Elettrizzati dal pensiero di effettuare questa splendida traversata, ci prepariamo velocemente e come nei sogni… pluff ci troviamo in un incantevole scenario di neve e ghiaccio.

Siamo frastornati, usciti dalla stazione superiore della funivia ci avviamo al ponte che unisce le due cuspidi dell’Aguille du Midi, non riusciamo a credere ai nostri occhi, non riusciamo a capire… ci troviamo in un angolo di mondo incredibile in un momento indescrivibile.

Enrico Vallorani


Fotografie

  1. Oltrepassata la “schiena d’asino” il più è fatto: in direzione della Becca di Moncorvè consumiamo l’ultima porzione di dislivello verso il Gran Paradiso
  2. Traverso da brivido per raggiungere la vetta

 

Ghiaccio del Sud

“Per anni siamo passati nelle valli senza nemmeno notarle: oggi le loro brevi strutture rappresentano per noi una magnifica avventura esplorativa e conoscitiva; a volte l’ostinazione a cercare nella grande dimensione ci priva della capacità di vedere la piccola e di essere altrettanto felici su di essa”.

Questa frase è stata scritta da quello che è stato il più grande ghiacciatore italiano, Giancarlo Grassi, lo stesso che, dopo aver firmato le più grandi salite su ghiaccio delle Alpi, l’inventore dell’Hipercouloir, del Supercouloir, del Fantacouloir, dell’Overcouloir e delle più fantasmagoriche salite su ghiaccio del Monte Bianco, è venuto poi a morire in Val di Panico, si, quella compresa tra il Monte Bove ed il Pizzo Tre Vescovi.

grande di gorzanoE quella frase sembra essere stata pensata per noi, per tutti noi che per anni abbiamo frequentato il gruppo della Laga a piedi o con gli sci sulle spalle – era considerato un gruppo montuoso adatto soprattutto allo scialpinismo – senza vedere e nemmeno immaginare che la sua anima si nascondeva nei fossi. Dove d’estate, ma soprattutto a primavera, sulla sua roccia impermeabile, rumorose cascate offrivano uno spettacolo per nessuno, perchè nessuno le stava a guardare. Poi, d’inverno, nell’assoluta solitudine resa ancora più completa dal silenzio, lunghe scie bianche si insinuavano tra le rocce formando, in corrispondenza dei salti strapiombanti, alte e bianche stalattiti.

Se questo è potuto accadere è perchè le arenarie della Laga non si prestavano a salite su roccia.

“Quello a destra è il Vettore con i Sibillini, laggiù in fondo a sinistra si vede invece il Terminillo”, e le montagne in mezzo? “Niente, quelle non sono niente, si chiamano Monti della Laga” (C. A. Pinelli, presentazione del volume Monti della Laga, Guida Escursionistica). No, quella non era terra per l’alpinismo. Questo è il macigno che abbiamo dovuto rimuovere prima di accorgerci che proprio in quel “niente”, per ironia della sorte, si nascondeva l’ideale terreno di applicazione di quella che era allora la più moderna tecnica alpinistica: la piolet traction.

Il mio personale incontro con questa tecnica è avvenuto un giorno d’inverno del 1980 sulla cresta del Galluccio, al Vettore. “Prova ad impugnare la piccozza alla base del manico, e colpisci il ghiaccio con la becca” mi gridò Tito (Ciarma) vedendomi in posizione un pò precaria su uno di quei passaggi che solo noi eravamo in grado di trovare su una salita altrimenti piuttosto facile. La facilità e l’eleganza con cui mi tirai fuori, solo usando in modo diverso un attrezzo che usavo da anni, furono una grande sorpresa.

Quello che venne dopo è storia. Dieci e più anni di canali ghiacciati, neve dura, e poi grandi sfangate con la neve alla cintola con corde e chili di ferramenta nello zaino, alla ricerca delle mitiche cascate della Laga. Partenza di notte con le frontali, in alternativa freddissimi bivacchi nelle valli. Allo sparuto gruppetto iniziale (sostanzialmente io, Tonino Palermi e l’inguaribile Calibba) si vennero aggregando altri amici: Massimo Bollettini, Cristian Muscelli, Enrico Vallorani, Paola Romanucci, Claudio Sacripanti, Pierpaolo Mazzanti, ed altri ancora. Poi gli amici “esterni” Manilio ed Ignazio Prignano, di Nettuno, Stefano Ardito di Roma. Il 6 gennaio 1990, inverno freddo ma secco, ci fu un assalto a ventaglio nella valle del Castellano, quella di Fonte d’Amore.

Quel giorno “caddero”, attaccate da agguerrite cordate: La Regina, La Rocchetta, il Pianaccio, la Crisalide, le cascate del Peschio. Ma sarei incompleto se non citassi quello che può forse essere considerato il pioniere della piolet traction non solo ad Ascoli, ma forse in tutto l’Appennino: Tonino Mari. “Cinquant’anni da poco, ancora attivissimo, con Dario Cannella (58 anni) forma la coppia di ‘vecchietti’ più incazzati della zona”, così Tonino Palermi descrive il personaggio in un articolo su Marche e Montagne del ’98. Eclettico, difficile da classificare, “cane sciolto” di razza, Mari tenta, già nel 1980, di salire la più difficile cascata dei Sibillini, quella del fosso Le Vene, non riuscendo ad uscire in alto per pochi metri (la completerà nel 1985), ma affrontando difficoltà che i perugini Marchini e Gigliotti neanche si sognavano.

bivaccoNel 1988 proponemmo alla rivista “Alp” un articolo sulle cascate della Laga. Che anche al sud potessero esserci montagne non era ancora un concetto che poteva darsi per scontato in ambienti alpini, basti pensare che negli anni settanta, per giustificare la presenza di stazioni di soccorso alpino da noi, ci toccò inviare foto e documentazioni. Ma raccontare che potessero esserci cascate di ghiaccio in Appennino, non era solo inaudito: significava prendere la gente per fessa. Infatti la redazione, immagino tra sorrisi ironici, ci chiese di anticipare foto che giustificassero la richiesta di pubblicare su una rivista che faceva delle immagini il suo punto di forza. Quando Camanni (allora direttore di Alp) vide le belle immagini del Calibba, ce lo ha detto dopo, saltò dalla sedia. Certo che c’erano le cascate, e che cascate! L’articolo uscì, con foto a tutta pagina, e fece scalpore nell’ambiente alpinistico del centro Italia.

Sulla Laga cominciarono ad aggirarsi personaggi che mai si sarebbero sognati di frequentarla, e che incominciarono a fare i conti con le ben note difficoltà di orientamento, prima ancora che con quelle delle cascate. Avevamo creato un bisogno, e sentimmo per intero il peso di dover contribuire a soddisfarlo.

Fu così che l’assortito ed improbabile trio (Alesi, Calibani, Palermi) che aveva già all’attivo la Guida escursionistica dei Monti della Laga, nel 1994 si incaricò di riepilogare a fare ordine nella ricerca di ghiaccio di cascata non solo sulla Laga ma in tutto l’Appennino Centrale. Fu così “Ghiaccio del Sud, le cascate di ghiaccio dell’Appennino Centrale”, la prima ed ancora attualmente unica guida al ghiaccio di cascata a sud delle Alpi.

Il titolo era la risposta meridionale al libro “Ghiaccio dell’Ovest” del grande Giancarlo Grassi, che nel frattempo (1991) come dicevo all’inizio, fra l’incredulità generale, in terronia era venuto a morire, invitato da Paola Gigliotti, cadendo in solitudine da un salto ghiacciato dell’alta Val di Panico.

A cimentarsi con le cascate ad Ascoli furono poi un pò tutti. Quando lo fece Tiziano lasciò tracce indelebili, scoprendo ed inaugurando il severo Fondo della Salsa, alla base della parete nord del Camicia, con salite memorabili, tra cui la cascata più alta dell’Appennino (Bye Bye Canada, 200 m).

Ma la domanda sorge a questo punto spontanea: come si pone questa attività rispetto alle grandi ascensioni? Si rinvengono in questo gioco i tratti nobili dell’Alpinismo? Siamo insomma sicuri che sia una cosa seria? Lo abbiamo già detto nel libro: dipende. Dipende da dove è collocata la cascata, quanto è lunga, se è inserita in un contesto alpinistico di dislivello considerevole, insomma è un pò come la parete: può essere fine a se stessa (falesia) oppure raggiungere una vetta in quota. Un conto è, per stare a casa nostra, salire il primo salto della Volpara e poi scendere, un conto proseguire sugli altri salti per poi proseguire fino alla Macera della Morte e scendere sull’altro versante. Ciò che distingue il cascatismo dall’arrampicata su roccia, a parte la tecnica di salita, è il suo carattere effimero.

Il suo grande fascino è che si può prendere a piccozzate, e arrampicarsi decine di metri, su una materia che scomparirà forse in pochi giorni. Che la cascata cambia forma in continuazione, e si rinnova di giorno in giorno e di anno in anno, che su di essa non rimangono tracce, non si può spittare nè trapanare, che ogni volta si sale su terreno nuovo. Insomma, è la libertà fatta ...ghiaccio.

Alberico Alesi


Fotografie

  1. 1989 - Alberico in apertura sulla grande di Gorzano
  2. Monti della Laga: uso alternativo di presa ENEL

 

Tour de France

Mi chiamo Rino. Sono di Ascoli Piceno.

Vi dico subito che alla fine del racconto nessuna cima è stata raggiunta, così poi non ci rimanete male. Tutto inizia e finisce nel maggio 1994 siamo io, Enrico e Stefano tutto faceva presagire ad una bella gita e così fu.

Apro gli occhi, il legno mi circonda, è confortevole il Refuge de l’Alpe du Villar d’Arene, partiamo per raggiungere il passo di Cordier ma…. zero termico a quattromila metri, troppo caldo e le screpolate cornici incombenti non ci permettono di “svalicare”. Prima di tornare sui nostri passi, per non perdere la giornata, puntiamo su una piccola vetta, non prima di aver alleggerito gli zaini del peso superfluo. Piccola buca nella neve colma di formaggio, marmellate, salumi, merendine….l’occorrente per quattro giorni in rifugi non gestiti, tutto ordinato, tutto imbustato. Ci sentiamo dei bravi boy scout.

Il sole è “malato”, risaliamo un ripido canale seguendo delle tracce…. damn!! sono di camoscio e si sente pure l’acqua scorrere sotto la neve, ok tutto è andato bene scendiamo con gli sci.

rino odoardiSono il primo, giro l’ultimo dosso e tàh tàh, dalla nostra buca spicca il volo un branco di Pyrrhocorax pyrrhocorax direbbe l’ornitologo, un brutto presagio dico io.

Quei brutti corvaccinerimaledettiladri ci hanno mangiato tutto, formaggio, marmellate, salumi, merendine….i segni dei becchi su ogni cosa, ma ad uno dei ladri/uccelli è andata male, nella foga orgasmica del banchetto, ha beccato una bomboletta spray di sciolina tiè! Si torna a valle per acquistare del cibo, possibilmente leggero… di peso, ci siamo resi conto di avere gli zaini troppo carichi. Nel “supermarchè” soppesiamo le confezioni, questa pesa troppo, questa è poco nutriente questa no, questa così e così ah questa è perfetta, una salamella rinsecchita lunga quaranta centimetri con l’evidente scritta “bâton de berger” a volte la sogno ancora. Si mette al brutto, ma siamo già nel nido delle aquile, Refuge des Ecrins, assomiglia all’albergo di Jack Torrance, è enorme e siamo solo noi tre, tutto deserto, niente gestore, nonostante l’enorme quantità di neve e siamo oramai a fine maggio.

Stremati dalla fame, abbiamo già dei sentori di dissenteria. Cosa fare? Il bagno è all’esterno, c’è bufera, per raggiungerlo c’è un tratto attrezzato, occorrono piccozza, imbrago e ramponi, si trova al di là di un ripidissimo scivolo di neve!!!

Stefano esulta, eureka!! Faremo come nel lontano millenovecento ... quando, giovane carrista, nella solitudine della guardia in garitta, si alleggeriva sopra un foglio di carta, per poi gettare il pacco il più lontano possibile. Benissimo, al mio turno, nell’intimità dell’ingresso del rifugio, eseguo la procedura, ma, appena gettato il fagotto dal bordo del precipizio, ecco una ventata forza 9, che rimanda al mittente il cartoccio inviato. Adrenalina pura. Solo la forza della disperazione e l’istinto di sopravvivenza mi aiutano a schivare il tutto ed evitare una figura di m…

Tranquillità, è ora di cena, temperatura interna -3°, quel poco che abbiamo è veramente poco, ecco che inizio a affettare il “bâton de berger”, che come un agnello sacrificale si sottomette al taglio nanometrico del coltello, ci scappano 6.000 fette.

Sono arrivati altri avventori nella locanda, due ragazzi francesi, nonostante Enrico li avesse già bollati palesemente come gay, (avevano l’unica colpa di abitare nello stesso palazzo a Fontainebleau), si adoperano per sfamarci a colpi caramellosi, di Mars. E’ già buio, noi ascolani siamo vicini all’ingresso della salle à manger, quando la porta del rifugio si apre cigolando, ipergelo, davanti a noi si para un ragazzo in t-shirt e pantaloncini con in spalla uno zaino quattro stagioni, livido e barcollante. Ci viene incontro, protende il braccio con in mano qualcosa che non riusciamo a capire cosa sia ed inizia a parlare.

Il ragazzo: OH! Enrico: OH! Il ragazzo: OH! Enrico ed io: OH! Il ragazzo: OH! Tutti e tre: OH!

I francesi: eau. Eau, acqua, vuole solo acqua, con la ciotola nella mano, ma proprio con degli “assscolani” dovevano imbattersi??

E’ quasi l’alba, soli soli, scivoliamo sul ripido pendio per poi iniziare la salita al Dome de Neige, aria secca gelida pulita, proseguiamo velocemente nonostante l’accumulo di quaranta centimetri, il pendio cambia pendenza, siamo al cospetto di grandi ghiacciai sospesi.

C’è vento di ricaduta, le tracce tra la polvere scompaiono poco dopo il nostro passaggio, il cielo azzurro cartolina, KRAKATOAHHHHH, a cinquecento metri da noi un seracco di sei piani cade giù alzando un polverone pompeiano.

La terra trema, la nuvola avanza, una voce urla scappiamo!! Ma dove, ma come, con mezzo metro di neve fresca e le pelli incollate. Attendiamo con ansia l’arrivo della micro perturbazione, un alito di neve ci investe, ci vediamo a stento, appena passata siamo coperti di bianco e stressati. Ragazzi, non forziamo la natura, non forziamo la natura. Riscendiamo per poi salire alla Roche Faurio, non ci posso credere, cado in salita e non riesco a “recapamme” arriva in aiuto Enrico.

BASTA si torna a casa, poco prima di finire la discesa, rataplan!! Enrico a pelle di leone, lo sci destro, come un cavallo a briglie sciolte punta verso la stalla, direzione sud sud est, fortuna che al richiamo del padrone si ferma, ma non torna indietro.

Prima che sopraggiunga qualcosa di malvagio, scendiamo di corsa verso l’auto, quando ... lungo il sentiero, da dietro uno sperone roccioso ... è una bellissima maestrina francese con appresso la lunga, sudata e colorita scolaresca. Ogni bimbo con il suo cappellino, zainetto, occhiali da sole, sorriso ed un sincero bonjour.

Rino Odoardi


Fotografie

  1. Rino: “il signore delle pelli”

 

La spedizione “superleggera” in Asia Minore

Insieme a Giancarlo Tosti, quel ragazzo con qualche anno più di me

Erano trascorsi appena due anni dal rientro dall’M6, che già l’entusiasmo per questo genere di imprese extraeuropee spingeva alcuni dei protagonisti di quella stessa spedizone a progettare un ritorno in Afganistan con l’obiettivo di salirvi un altro seimila. Così iniziò il nuovo progetto per quella che si sarebbe chiamata “Spedizione Ascoli 75” per la quale ero stato chiamato a fare parte ma non di certo per la mia esperienza alpinistica; all’epoca avevo salito solo il Bianco e altre tre cime da 4000 metri durante l’accantonamento finale del primo corso di Formazione l’anno precedente. La meta, probabile era lo Shadock una montagna, inviolata, dell’Hindu Kush Afgano di poco più di seimila metri. Si sapeva ben poco di questa montagna qualche informazione Maurizio era riuscito ad averla dal padre Di Kurt Diemberger che aveva, a casa sua in Austria un fornitissimo personale centro di documentazione sulle vette extraeuropee. Diemberger padre per farsi capire da Maurizio quando lo chiamava al telefono, si esprimeva parlando un mix di lingue fatto di latino, italiano, spagnolo, francese, ecc. meno che il tedesco; insomma una vera e propria parlata mediterranea.

dario1Il lavoro di preparazione, con riunioni periodiche presso la casa di Maurizio e Vittoria, che abitavano in un accogliente attico tutto sole sul Lungocastellano, mi entusiasmava. Qualche volta, di ritorno da Bologna, dove studiava geologia, vi partecipava anche Giancarlo.

Giancarlo era un ragazzo con qualche anno più di me e con il quale avevo solo condiviso due salite nell’accantonamento del primo corso di formazione; mi resi subito conto che bastava poco perché si stabilisse tra noi una particolare intesa. Nella primavera del ’75 i preparativi andavano avanti; ci eravamo allenati durante l’inverno effettuando insieme diverse salite al Vettore. Da alcuni amici romani, anche loro in partenza per una spedizione più o meno da quelle parti, avevamo ottenuto di poter imbarcare il grosso dei nostri materiali insieme ai loro su una nave in partenza per il Pakistan, risparmiando così un bel pò sui costi. Tutto era pronto, Luciano come presidente della sezione aveva persino scritto una lettera al presidente della commissione per l’esame di maturità dove chiedeva di anticipare la mia prova orale alla prima settimana di luglio per potermi permettere la partenza a metà del mese. Francesco nel frattempo aveva naturalmente studiato ogni dettaglio dell’impresa; si presentò, all’improvviso, un problema: Pinetta, che avrebbe dovuto ricoprire anche il ruolo di medico, annunciò il suo ritirò dalla spedizione. A quel punto ci ritrovammo in quattro e cominciò subito tra noi una encomiabile opera di convincimento reciproco che in fondo si poteva tranquillamente fare a meno del medico per una spedizione extraeuropea in Afghanistan, le cui strutture sanitarie erano ferme più o meno al medioevo.

Maurizio si rivelò subito un osso duro da convincere, ma comunque non si rinunciò alla spedizione; il più determinato fautore della partenza ad ogni costo era Giancarlo che dopo mesi di studio e di lavoro (si manteneva a Bologna facendo un lavoro pesantissimo) voleva partire comunque. Un successivo incontro, di quelli soliti a casa di Maurizio, fu aperto da una battuta di Francesco che mi fece “Adesso chi glielo dice a Giancarlo che non si parte più?” Pensavo scherzasse, in fondo ammiravo Francesco per tanti aspetti e soprattutto per quell’ironia intelligente e sempre pronta in ogni occasione di cui era naturalmente dotato, insomma di quelle battute che un po’ ti spiazzavano: invece mi accorsi poco dopo che non scherzava affatto e annunciò che fra pochi giorni sarebbe partito per la Grecia con Pinetta e che la “Spedizione Ascoli 75” finiva lì. Rimasi un po’ deluso, ma neanche più di tanto perché avevo sempre pensato al viaggio in Afghanistan, alla spedizione all’Hindu Kush come ad un sogno, ed in fondo niente è più usuale di un sogno che rimane tale e che non si avvera.

Nelle settimane successive affrontai l’esame di stato, sostenendo anche come primo della lista la prova orale, grazie alla lettera spedita a suo tempo da Luciano al presidente della commissione, poi me ne tornai a Spelonga pensando alla tranquilla estate che mi aspettava. La telefonata di Giancarlo che tornato da Bologna mi chiedeva di incontrarci ad Ascoli per pianificare una spedizione ultraleggera, mi giunse inaspettata e non ebbi il coraggio di confessargli che ormai mi ero adagiato sulla prospettiva di una tranquilla estate. Mentre mi recavo all’incontro con Giancarlo al bar Petrillo di piazza del Popolo riflettevo che in fondo avevo fatto bene a non dirgli nulla per telefono: la mia rinuncia era meglio annunciarla di persona. Ci sedemmo ad un tavolo sulla piazza sotto il sole di luglio; Giancarlo parlò subito dell’intenzione di salire il monte Ararat nella Turchia Orientale il Demavend in Iran, cominciando di getto ad esporre le sue idee sul viaggio, sulle tappe, su come organizzare alcuni aspetti della spedizione che ci avrebbe portato su quelle montagne di oltre 5000 metri. Mi saranno bastati si e no cinque o dieci minuti per abbandonare ogni idea di quella tranquilla estate che avevo prima in mente e cominciammo subito a discutere e pianificare alcune aspetti del viaggio che avremmo intrapreso assieme di li a qualche giorno.

La spedizione

dario2Lasciamo Ascoli alle 8 e 15 del 20 Luglio 1975 diretti a Venezia, per prendere l’Orient Express, treno che parte da Parigi ed arriva in quattro giorni ad Instabul; alle 17 e 55 siamo a bordo, il vagone è affollato all’inverosimile, ci sistemiamo con i nostri due grandi sacchi da marina, stipati con una quantità enorme di materiali, nella zona antistante la toilette, che però dividiamo con una famigliola turca che rientra in patria portandosi dalla Francia una serie infinita di scatoloni. Passiamo due giorni in condizioni pessime e alle 14.30 del 22 luglio siamo alla stazione di Istanbul; abbiamo solo qualche ora per fare un giro per la città; alle 20.00 dobbiamo prendere il pulman che ci condurrà fino alla città di Erzurum a circa 1200 km di distanza nell’Anatolia Orientale a ridosso del confine con l’Armenia. Partiamo, viaggiamo tutta la notte, alle 10.30 del giorno successivo siamo ad Erzurum (conosciuta come Arzen dai romani). In città cerchiamo di raccogliere informazioni sull’Ararat; di questa montagna non sappiamo praticamente nulla eccezion fatta per qualche notizia turistica tratta da un opuscolo francese che Giancarlo è riuscito a procurarsi chissà dove a Bologna; notiamo, ma minimizziamo per tiraci su di morale, che nel depliant si parla della presenza di pericolosi orsi in quella zona. Raccogliamo altre notizie e veniamo a sapere che per salire l’Ararat è necessario pagare e richiedere un permesso alle Autorità di Ankara; la conclusione immediata, è che a noi non servono permessi (non siamo in grado di sostenerne il costo) e continuiamo l’avvicinamento verso l’Agri Dagi (nome turco dell’Ararat).

Il 24 mattina giungiamo in autobus nel paesino di Dogubejazit posto alle pendici dell’Ararat sul confine tra Turchia, Armenia (allora URSS) e Iran. Qui ci fermiamo un giorno, il tempo necessario per i preparativi, intanto Amhet il ragazzo “tuttofare” del posto in cui siamo alloggiati, ci ha procurato una vecchia Land Rover con autista. L’indomani partiamo presto a bordo del fuoristrada, il tempo è buono e l’auto comincia ad inerpicarsi e dapprima su tracciati sterrati, poi in fuoristrada saliamo fin dove è possibile; quindi scarichiamo i sacchi per cominciare a piedi la salita. Non sappiamo bene che itinerario seguire, la parte sommitale del monte è coperta, ci guardiamo intorno, Giancarlo fa il punto sulla situazione(chi se non lui che ha alle spalle già due spedizioni!), fidandoci dell’istinto partiamo. Siamo di ottimo umore in fondo solo sei giorni fa eravamo ancora ad Ascoli e finora tutto è filato abbastanza liscio; solo dopo qualche ora di cammino sotto il peso davvero esagerato dei nostri enormi sacchi cominciamo un po’ a preoccuparci; io sento tutto il peso, non solo del sacco, ma anche della stanchezza dei viaggi dello stress; penso, tra me e me, che in queste condizioni non ce la farò a mettere piede in vetta. Nella tarda mattinata notiamo a poca distanza da noi un uomo che sta scendendo portando a capezza un mulo. lo raggiungiamo, parliamo, facciamo conoscenza con Iusshef, pastore curdo nomade, che sta scendendo dal suo accampamento e alla fine contrattiamo il compenso per il trasporto dei nostri sacchi con il suo mulo e quindi si riparte.. questa volta, però, molto più leggeri. Nel primo pomeriggio arriviamo all’accampamento di Iusshef, veniamo accolti, scalzi, nella tenda del più anziano; ci offrono l’immancabile chai (tè,) latte di capra cose da mangiare, non ci tiriamo indietro e ci rifocilliamo a dovere. Si dimostrano sempre molto gentili; tutte le persone dell’accampamento ci sono intorno incuriosite dalla nostra presenza. Dopo i saluti e il rito della foto di gruppo riprendiamo a salire; Iusshef è con noi, ma soprattutto il suo mulo che si sobbarca ancora una volta il peso dei nostri sacchi. Incontriamo un secondo campo di pastori dove si ripete, per fortuna, il rito del chai, del latte di capra; qui, forse pensando che qualcuno di noi sia un medico alcune donne ci chiedono insistentemente di visitare dei bambini che stanno male, impossibile spiegare loro chi siamo veramente o peggio tirasi indietro; i piccoli hanno delle evidenti infezioni agli occhi e alla bocca forse dovute alla carenza d’igiene; Pinetta ci ha preparato con cura una grossa scorta di farmaci di ogni tipo, ma abbiamo portato con noi il minimo indispensabile ed il resto è rimasto in albergo. Mi tocca fare da medico, abbiamo con noi solo le pasticchine di Steridrolo per la disinfezione dell’acqua le tiro fuori e spiego ad una mamma che bisogna sciogliere le compresse nell’acqua e utilizzarla per lavare il viso ai bambini, altro non posso fare; non so se ne trarranno dei benefici, ma certo non aggraverò la situazione.