Alpinismo

Marco Florio

1941 / 2005

Di Marco so i primi anni in montagna, dal 1958 al 1970, poi ci siamo persi di vista. Scrivo di allora perché mi sembra necessario ricordarlo qui con gli altri di Ascoli, lui che per primo ci ha fatto conoscere nell’ambiente alpinistico di mezza Italia.

giugno 1959

florio al vettoreChiudo piano la porta, resto impacciato nel corridoio buio sin quando Marco s’affaccia ridendo dalla sua stanza; mi porta a salutare Mariolina, i grandi occhi di bambina brillanti d’eccitazione, i capelli neri arruffati, un sorriso preciso al suo; gli altri fratelli dormono, la madre scola in cucina gli spaghetti aglio-olio-peperoncino-pomodoro che al figlio serviranno qui da colazione e in montagna da pranzo insieme a un fondo di pagnotta imbottito di frittata, il meglio in assoluto per rimpinzare un alpinista diciassettenne di carboidrati e proteine.

Un ragazzino, quasi dieci anni meno di me, che ha cominciato ad arrampicare l’anno scorso ma sul quarto e oltre è già una sicurezza col suo muoversi deciso e fluido, un concentrato di forza e di istinto, da un appiglio all’altro; la coscienza d’essere qui perché ne ho bisogno, e che questo in qualche modo non sta bene, s’affaccia appena mentre Marco divora la prima razione giornaliera di spaghetti e la signora, vedova del maresciallo comandante la Stazione Carabinieri di Ascoli, mi invita a favorire col suo forte e sorridente accento pugliese; poi è ora di muoverci, sul Gran Sasso ci aspetta la Fantoni-Modena, sbaglieremo percorso, lui farà da primo un tratto di quinto e sesto.

Il nome di Marco compare per la prima volta sul mio quaderno sotto la data del 15 giugno ’58: “Pizzo del Diavolo da Pretare: direttissima al colletto (4°, pass. 4° sup.) e spigolo Bafile (3° e 4°), cioè lo spigolo integrale, in cordata con Gigi Mario, della Sucai Roma, ed Ignazio, stando al centro. Altra cordata Silvio Jovane, Claudio (Perini), Marco Florio. In 4 ore. Nebbia. Molto bello”.

Il 29 giugno il quaderno lo registra ancora: “Gran Sasso, Corno Piccolo, via della Spalle dall’attacco teramano (3° e 4°), in cordata con Pinetta. Altra cordata Claudio, Bucci e Marco … una grossa pietra cade sulla spalla di Pinetta sotto il camino di uscita, Pinetta vola, la reggo, ha la spalla contusa, risale facilmente. In discesa per la Danesi. Il pullman è partito, torniamo a casa con l’auto di Aladino (6500 lire).”

florio, calibani e BonattiDi nuovo il 6 (“Corno Piccolo, cresta NNE. Con Pinetta, cordata con lei e Bucci, altra cordata C.laudio, Adalina e Marco”) e il 27 luglio (“Con Maurizio (Calibani), Marco e Vincenzo Morganti la cresta NNE, poi piove e si torna”), il 3 agosto quando con Maurizio ripercorriamo lo spigolo integrale al Pizzo del Diavolo e però “Marco scende subito perché non sta bene”, il 31 agosto alla prima ripetizione della via GAP alla Punta Maria “aperta il 24/8 da Claudio e Maurizio”, la prima via di alpinisti del Gruppo alpinisti piceni: questa volta sono io che “non sto bene” perché “vado e torno in bicicletta!”.

Nell’autunno Marco è allievo del primo corso di roccia del GAP con Peppe Fanesi, Peppe Raggi, me ed altri; nell’inverno compiamo insieme qualche gita sci-alpinistica, ricordo la sua camicia rossa e, ad ogni curva, la sua testarda e vincente lotta con la tecnica di discesa; ma già nell’estate del ’59 va da primo, sulle Spalle e aprendo con Raggi sul Pizzo del Diavolo una variante alla via del camino, ancora con me sulla Fantoni-Modena e in un tentativo alla cresta nord del Paretone, fallito quando abbiamo superato l’insidioso tratto iniziale “perché una scarica di pietre dall’alto ci porta via il sacco mentre siamo fermi. Ritroviamo quasi tutto in fondo ma è troppo tardi per risalire. Si torna in Ascoli in autostop”.

A luglio ‘59 saliamo insieme la Centrale a comando alternato, poi la Vittorini-Berardi alla Est del Pizzo del Diavolo, qui è lui capocordata (“4° sup., un pass. 5° sup, durissimo, in alto, via brutta su roccia non buona”; e, naturalmente, “vado un po’ male”), due prime ripetizioni; in agosto, nell’accantonamento GAP sulle Alpi, ci leghiamo per la traversata dalla Monterosahutte alla capanna Margherita per la Dufour e la Zumstein e siamo di nuovo insieme il 31 dicembre, con Pinetta tra noi, per la prima invernale alla Cresta di Galluccio sul Vettore.

Intanto, settembre ’59, è nata la cordata Florio-Calibani: nell’arco di una settimana apre sul Pizzo del Diavolo la via al Colletto del Gran Gendarme (passaggi di V+ e A1), una variante alla via della Riga e la direttissima alla Punta Cichetti; a ottobre altra variante alla D’Angelo-Narducci sul terzo pilastro del Paretone al Gran Sasso, prima ripetizione: un duo vincente, Maurizio che studia e organizza ma anche arrampica da primo o da perfetto secondo e Marco che, appunto, garantisce il risultato.

florioNel 1960, dopo la prima assoluta sullo Scoglio delle Aquile al Vettore con Ugo Capponi, Marco apre da solo la Florio sulla Nord del Corno Piccolo e con Maurizio la Florio-Calibani alla Est del Pizzo del Diavolo; sono del 1961, sempre con Maurizio, la prima ripetizione invernale della Iannetta al Paretone e la prima invernale della Gervasutti alla Punta dei Due e ancora, se non sbaglio, le prime ripetizioni della Moretti-Mainini al Gran Gendarme, della direttissima D’Armi alla parete Est e della Vagniluca-Cecchini al Castello sul Pizzo del Diavolo, infine della Jovane-Mario al 2° Pilastro sul Paretone; la loro cordata ripeterà ancora, specie al Gran Sasso, innumerevoli percorsi anche di difficoltà superiore, dalla via dei Pulpiti al Monolito allo spigolo della Crepa. Dunque nel 1960, e ancora nel ’61, non arrampico con Marco salvo che per la prima della Saladini-Florio, 1° ottobre ’61, ancora sul versante nord del Corno Piccolo: siccome non sembra e poi in effetti non è difficile, vado da primo su seconda e quarta tirata, intitolandomi per meriti di età, e anche perché lui non ne ha bisogno, un itinerario destinato a diventare classico nel ramo basse difficoltà.

Torniamo a legarci nei tre anni successivi, tra l’altro al Gran Sasso per la via a destra della Crepa e la prima della Gigino Barbizzi di nuovo sul versante Nord del Corno Piccolo, al Pizzo del Diavolo per la prima invernale alla punta Cichetti e sulla parete Est: io ormai stabilmente dietro.

Altro intervallo, anche perché a marzo ’66 mi rompo sciando, fino al 1968 quando Marco, in una con la cordata teramana guidata da Fernando Di Filippo, mi porta con Giancarlo Tosti sulla prima della Che Guevara, ancora inevitabilmente sulla nord del Corno Piccolo, e con Maurizio sullo Sperone SE al torrione Cambi, “molto duro per me” secondo i sinceri appunti di allora.

Compare per l’ultima volta sul mio quaderno il 22.3.1970: “con Alessio, Adelmo, Marco poi i Calibani da Campotosto alla Cima di mezzo sui Monti della Laghetta, in sci”.

Comincia a lavorare presto come operaio, maturando una netta coscienza anti-borghese che per quanto so lo accompagnerà tutta la vita; siccome intelligenza e voglia di fare non gli mancano, la CGIL lo tira presto fuori dalla fabbrica: sarà per anni sindacalista nel difficile settore dell’agricoltura.

florio al trofeo zilioliQuando lascia il sindacato fonda la Coosport e apre un punto vendita col dichiarato scopo di abbassare i prezzi degli articoli di montagna, e non solo, divenendo un importante punto di riferimento anche commerciale del piccolo mondo alpinistico ascolano. Si accentua in questo periodo il distacco dai vecchi compagni del GAP, ormai entrati a dirigere la Sezione CAI: Marco avvia o guida in montagna un gruppo di amici - Francesco e Federico Alessi, Dario Cannella, Luigi Castelli, Alberto Marfoli, Antonio Palermi, Claudio Sacripanti, Enrico Vallorani ed altri - coi quali apre a partire dal 1981 interessanti percorsi invernali: ne usciranno ottimi alpinisti, tra essi due istruttori nazionali.

Nel 1982 sale in solitaria la nord del Camicia, un’impresa di valore eccezionale sul piano psicologico prima che tecnico; Stanislao Pietrostefani (in “Monte Camicia, parete Nord” (vedi la sezione “la storia” di questo sito) commenta così la sua relazione (ivi): “nelle pagine seguenti emerge … il tranquillo e quasi beffardo racconto di Marco Florio, l’alpinista piceno noto per una attività alpinistica di primo ordine, ultratrentennale, ed ardite scale in solitaria. La sinistra, immane parete sembra sorpresa che un uomo l’affronti da solo, in estate, usando la becca di un martello da ghiaccio e scarponi e, per provviste, una grossa frittata …”.

E’ la foto di quella parete, col tracciato del suo itinerario, che i familiari pongono davanti alla bara di Marco nell’obitorio di Ascoli, dopo che un infarto l’ha stroncato durante una gita nei boschi sopra Acquasanta.

La guardo e rivedo il sorriso straordinariamente vivo e fiducioso di un ragazzo, tanti anni fa.

Francesco Saladini


Fotografie

  1. 1960 - Marco Florio sulla Est del Pizzo del Diavolo durante l’apertura della via Florio-Calibani
  2. 1959 - W.Bonatti al Lago di Pilato, Marco Florio alla sua destra, M.Calibani alla sinistra
  3. Marco alle Spalle negli anni’60
  4. Marco Florio (a destra) partecipa al Trofeo Zilioli (anni ’60)

 

Achille Cardarelli

1949 / 2007

Molto spesso oggi non si sente parlare di Alpinisti se non di quelli grandi, famosi, che hanno alle spalle curriculum incredibili, salite difficilissime, spesso ai limiti delle proprie capacità. Ringrazio molto di avere l’opportunità di raccontare di Uno normale, come tutti noi, che non ha mai fatto cose estreme (ma neanche banali) perché ha messo sempre davanti a tutto lo stare insieme agli altri ed il divertirsi.

achilleTutto inizia con le prime esperienze dei campi in montagna organizzati dal parroco del paese. Lì ‘Chille inizia con l’amico Carletto Angelici a fare le prime passeggiate estive e, appena possibile, queste si trasformano nelle prime scappatelle invernali: parliamo dei primi anni ’70, quando i due amici ancora non sapevano dell’esistenza dei ramponi (addirittura pensavano di inventarli usando i tappi a corona delle bottiglie della birra) e l’unico attrezzo per la progressione era un piccone da muratore. Consapevoli della scarsità della loro preparazione e complice un ritaglio di settimanale che pubblicizzava “Imparate ad arrampicare” i due amici si imbarcano su una vecchia Mini Minor alla volta della Val Gardena: è il 1976 quando si trovano a frequentare un Corso di Roccia organizzato da una Guida Alpina di quelle zone. Gli insegnamenti furono molto importanti: sicura a spalla, si arrampicava con gli scarponi, discesa in doppia alla Piaz, ecc. Il 1977 è l’anno magico: di ritorno dall’esperienza in Dolomiti i due decidono di iscriversi ad un Corso di Alpinismo organizzato dal CAI di Ascoli Piceno, dove hanno la fortuna di incontrare Peppe Fanesi, Tiziano Cantalamessa, Tito e Guido Ciarma e tanti altri, per i quali per tutta la Sua vita ‘Chille avrà sempre parole di ammirazione e grande affetto.

Fu magico perché solo in quell’anno con Carletto ripetè circa 20 vie sul Gran Sasso e Pizzo del Diavolo: le classiche facili, anche se per due che non sapevano nemmeno la strada per arrivare a Prati di Tivo (pensavano si dovesse passare per San Gabriele!) potrebbe anche risultare abbastanza “grande” aver fatto, fra le prime salite, la Cresta Nord alla Vetta Orientale del Gran Sasso.

Nel 1980 è la volta dello Sci Alpinismo: ‘Chille si iscrive ad un Corso del CAI di Macerata dove avviene un altro incontro importantissimo. Dopo il Corso, in partenza per una domenica in montagna, dice a Carletto: “oggi viene uno che è un rompi palle che tu non ti rendi conto!”. Si trattava di Mimmo Pistonesi che, insieme a Stefano Principi, tutti costituiranno il gruppo di tutte le uscite in montagna.

Montagna, sì, e non solo alpinismo, ma anche i funghi, le passeggiate, le arrampicate, le salite su neve, lo sci alpinismo…un amore sfrenato per tutto quello che si poteva fare in quell’ambiente di cui era profondamente innamorato.

festa a san vitoNegli anni ’80 arriva quello che poi costituirà una svolta nel modo di concepire la montagna: il titolo di Istruttore di Alpinismo. Senza abbandonare gli amici di sempre nasce la passione per l’insegnamento anzi, per la condivisione di una passione. È così che a San Benedetto del Tronto, dove fino ad allora l’Alpinismo aveva visto solo sporadiche apparizioni di qualcuno, si organizzano i primi corsi di Roccia e di Alpinismo Invernale, riuscendo a creare un gruppo veramente affiatato di appassionati, molti dei quali sono oggi forti alpinisti ed Istruttori della Scuola.

Nel 1982, insieme a Carletto e Mimmo, va sul Monte Bianco, e nel 1987 sul Monte Kenia , nel 1985 sul Cervino con Stefano, oltre a ripetere le grandi classiche di medie difficoltà al Gran Sasso e sui Sibillini. Piano piano si allontana dal gruppo di San Benedetto: successivamente ad una sciagura accorsa in quei tempi, venne criticato proprio per quello che con tanta dedizione aveva cercato di mettere insieme, dovendo sottostare all’accusa di aver creato un gruppo di esaltati.

Ma è soltanto l’inizio di una nuova esperienza, il ritorno in quello che era stato un po’ il giro iniziale necessario a far avviare la sua passione: il gruppo di Ascoli. Collabora molto con gli amici Ascolani, in un ambiente di certo più orientato all’Alpinismo rispetto alla “culinarietà” che ormai imperava all’interno del gruppo di San Benedetto, ed ha sempre vissuto questo decadimento come una sconfitta personale, come se non fosse riuscito a realizzare fino in fondo i suoi disegni.

E ad Ascoli c’è la rinascita, amici vecchi e nuove conoscenze per Lui, il più vecchio di tutti, ma con uno spirito e la vitalità di un ragazzino.

achilleMa non era solito lasciare le cose a metà, e ritenta, ancora una volta, di ricordare alla Sezione di San Benedetto che il CAI è il Club Alpino Italiano, dovrebbe cioè occuparsi di Montagna, di Alpinismo. Insieme ad un gruppo di Alpinisti ne prende le redini ma, come accade nella consuetudine politica purtroppo presente all’interno di tutti i gruppi umani (anche il CAI) decide di abbandonare nuovamente, stavolta definitivamente, perché inorridito di fronte a chi pretende la Sezione come un gruppo di accompagnatori della domenica, a chi vuole che tutto sia facile, a chi non ama conquistare le cose ma vuole solo che gli vengano preparate dagli altri e, essendo capace di fare tutto tranne che l’alpinismo, si permette di criticare Chi invece cerca di condividerlo con gli altri. Ho insistito su questo aspetto perché nelle Sue parole ho sempre sentito un fortissimo dolore, ha preso sempre questi fatti come un tradimento, e sono certo che questa delusione sia stata veramente grande, e lo sarebbe ancora di più se adesso l’avessi nuovamente celata.

Ed al gruppo dei Vecchi (Carletto, Mimmo, Stefano) prima e, in seguito, a quello della Scuola del Piceno ho l’onore di unirmi. Inizio a guardare con occhi diversi tutta la mia adolescenza e sogno che un giorno riuscirò a fare quello che Lui fa. Ne sono innamorato, mi ha messo dentro un qualcosa che lì per lì non so spiegare, ma è quella cosa che mi fa svegliare la mattina prima di Lui, mi fa aspettare in cucina che scenda le scale per dirgli: posso venire con te? “No” è la risposta, per vedere (ma questo lo capirò solo più tardi) se la mia era veramente voglia di provare ad amare quel mondo o se era solo per togliermi uno sfizio. Se la domenica dopo mi fossi fatto trovare lì sarebbe stata, per Lui, una cosa seria. Ed io ero lì, e da quel giorno non è stato mai più “no” ma sempre “si”.

Insieme a Lui avrei fatto di tutto perché mi dava sicurezza, mi sentivo protetto, e così iniziamo un grande Viaggio, la parte più importante della mia vita, un Viaggio che è stato un insegnamento, non solo di Alpinismo, ma di come si sta al mondo…e penso che per Lui sia stata una grande soddisfazione potermi educare avendo come aula quell’ambiente. Tutto ciò mi ha insegnato ad apprendere le giuste cose dalle persone giuste, e Lui in assoluto è quello che mi ha insegnato più di tutti, quello che mi ha fatto arrabbiare più di tutti, quello che mi faceva scendere se non riuscivo a passare, che mi si mangiava di urli se facevo una cazzata, che mi ha insegnato il condividere, che mi ha trasmesso la sua passione, che nonostante la durezza che poteva avere in alcuni momenti non vedeva l’ora di arrivare in cima per un abbraccio.

E di abbracci ce ne sono stati molti, dopo ogni via che abbiamo percorso insieme, sul Gran Sasso, sulle Dolomiti, sui Sibillini, e poi lo Sci, le camminate. Nel ’91 sul Dente del Gigante e sulle Grandes Jorasses, nel 1992 sul Cervino, nel 1999 sul Campanile Basso, nel 2001 sul Badile: ma non sono queste le sole salite degne di nota, perché tra di noi c’è sempre stata la componente emozionale molto al di sopra di quella tecnica, la corda che ci ha sempre unito non era solo quella di nylon ma soprattutto quella che nasce fra te e il tuo Compagno di Cordata. E se n’è andato facendo quello che più Gli piaceva, in una domenica calda di luglio del 2007, all’attacco di una delle Sue Vie preferite (la Via a Destra della Crepa al Gran Sasso): e quello che più gli piaceva non era la Via in sé, ma il poterla fare con due ragazzi che non la conoscevano, ai quali poteva fare una testa tanta su ogni singolo passaggio, sui chiodi conosciuti a memoria, su tutta la storia della salita e di tutte le grandi classiche della parete. Parole, tante, dette col cuore, che non ti facevano pensare a quello che stavi facendo, ma che servivano a spingerti più su, a farti trovare in breve in cima….a farti innamorare di quello che stavi vivendo.

Se n’è andato, ma in realtà lo sento sempre, e credo sia così anche per gli altri che hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare…la sua normalità.

Grazie Babbo.

Luigi Cardarelli


Fotografie

  1. 1977 - Gran Sasso, Via della Virgola, una delle tante ripatizioni di quell’anno fantastico nelle conformazioni rocciose che amava di più: i camini
  2. 2006 - durante una delle “scampagnate” a San Vito
  3. 2006 - Achille all’ultimo corso di Alpinismo invernale

 

Claudio Perini

1933 / 2008

perini e i fratelli saladiniAntifascista d’istinto, comunista e libero-pensatore per tradizione di famiglia, sempre fermamente convinto delle proprie ragioni, irridente coi potenti, compagno sincero nel vino ma anche, sono pochi a saperlo, poeta riconosciuto, a suo agio nel mondo ‘bene’ come sulle aie degli anni ’50 alla ‘raccolta del grano’ per il PCI, imprenditore capace, audace, osteggiato, benvoluto dai dipendenti, politico ‘di base’ per tutta la vita, entusiasta e ostinato secondo il miglior costume dei Perini, Claudio è scomparso senza rumore, lui che non era mai stanco di farne per o contro qualche idea o qualcuno o semplicemente per allegria.

Alpinista di quell’alpinismo di mezzo secolo che come la goliardia dell’UGI era ‘cultura e intelligenza’ cioé letture, discussioni, organizzazione ma pure voglia, gioia e attuazione concreta del salire, non ha fatto della montagna una scelta di vita ma l’ha armonizzata con le passioni cui è stato coerente dagli anni giovani nei quali l’abbiamo conosciuto ad oggi, lasciandola anche a lungo ma senza mai dimenticarla.

 

perini e florio sulla via centraleUna attività, in quegli anni, di prim’ordine: dal luglio 1951, quando esplora coi due Saladini il versante Nord del Pizzo del Diavolo, alla ‘spedizione’ RAI del gennaio 1954 a Castelluccio isolato dalla neve, dal campeggio 1955 alla Maiella con Tito Zilioli, che segue nel ’56 sulle Fiamme di Pietra al Corno Piccolo, al Corso di roccia della Sucai-Roma che supera nel 1957 e al GAP del quale è tra i fondatori il 12 febbraio ’58, intanto prendendo e lasciando università e sindacato in un continuo fermento di idee e tentativi; subito dopo, il 30 marzo ’58, ripete nella bufera con Tito, Pinetta e Francesco, la via del canalino al Vettore, vede morire lungo la discesa il compagno più forte ma non si ferma, il 24 agosto apre con Maurizio la prima via in montagna di ascolani, la GAP alla punta Maria; nell’autunno dello stesso anno è istruttore al Corso di roccia che darà vita alla Scuola di alpinismo celebrata da questo opuscolo, sale altre ‘prime’ nel 1959, d’estate la ‘centrale’alla Est del Pizzo con Maurizio e la ‘via della fessura’ sulla Nord con Francesco, d’inverno la cresta di Galluccio; nel 1960 lavora col GAP alla ‘guida del Monte Vettore’ e passa in montagna pressoché ogni giorno libero di quel decennio restando istruttore della Scuola fino al 1977.

L’abbiamo visto da ultimo preparando a marzo 2008 la serata per Tito, a luglio non è venuto al Gran Sasso per il raduno ‘vecchie glorie’ perché aveva, ha detto, ‘qualche impiccio’, ma di fronte alle tentazioni, rispuntate nell’occasione, di graduare la bravura alpinistica avrebbe certamente ribadito di non volere saperne perché ‘noi in montagna siamo andati sempre e solo per divertimento’: che è quanto di meglio si può dire, alla fine, di ogni alpinismo.

Francesco e Maurizio


Fotografie

  1. 1951 - Claudio a sinistra e i fratelli Saladini sulla cima del Pizzo del Diavolo
  2. 1958 - Claudio Perini assicura Marco Florio durante l’esplorazione della “Centrale” sulla Est del Pizzo del Diavolo

 

L’ideale della montagna

Sono contento che Tonino mi abbia chiesto di scrivere qualcosa sulla nostra scuola di alpinismo, quella scuola che negli anni settanta/ottanta ha prodotto molto, pur consumandosi in liti e divisioni poi faticosamente ricucite. In fondo mi piace l’idea di fermarmi a riflettere un poco su ciò che quella scuola ha rappresentato per me e per quanti l’hanno conosciuta. Ma più che riflettere ora devo sforzarmi di non annegare nella deriva dei ricordi che, sicuramente, influenzerebbero il mio pensiero…

Immancabilmente ingenui, in quegli anni, abbiamo lavorato per trasformare uno strumento tarato per forgiare uomini di montagna in una sorgente di stimoli, sensazioni, idee, dalla quale, per mezzo di corsi più o meno coerenti ed organizzati, uscivano animali capaci di fiutare la montagna, capaci di una percezione intellettuale della montagna, capaci di coglierne gli aspetti che sono al di là del dato sensibile comune ai più. E, strano a credersi, siamo davvero riusciti nel nostro intento forse perché, seppure estremamente dubbiosi, pensavamo che in quella percezione intellettuale risiedeva la realtà della montagna e quella percezione era alimento per il pensiero.

In realtà, a quel tempo, io tutto questo non lo sapevo e forse non ero il solo a non saperlo, di certo, però, tutti lo sentivamo dentro e quel sentire era così forte, netto e preciso che, malgrado litigi e divisioni, la scuola in quegli anni oltre ad infondere negli allievi le basi teoriche dell’andare in montagna e ad ispirare il gesto tecnico, è stata capace di trasmettere loro l’ideale della montagna, perché, e mi ripeto, seppur inconsciamente, sapevamo della necessità di avere una visione capace di legare il vissuto e le speranze di ciascuno di noi in un discorso compiuto in grado di trascendere le esperienze personali e collocarci all’interno di un progetto più ampio.

Erano quelli anni pieni di speranze, anni in cui si teorizzavano dinamiche di trasformazione politico-sociale che avrebbero portato ad un mutamento improvviso e profondo, alla rottura di un modello, al sorgere di un nuovo mondo in cui noi ci preparavamo a vivere.

Non è andata così, peccato.
“Dov’è il vecchio violinista Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, chiassando, non pensando né a moglie né a famiglia,
né all’oro, né all’amore, né al Cielo?”

Edgar Lee Masters

Stefano Pagnini

La Scuola di alpinismo e l’arrampicata sportiva

Non è per niente scontato che chi ama andare in montagna desideri pure che altri lo facciano. Non è per niente scontato che chi ha la passione per la scalata desideri insegnare ad altri come si fa. Anzi, tra gli alpinisti, come anche in me stesso, ho spesso notato il desiderio di conservare gelosamente l’abilità di salire le montagne, di preservarla come una preziosa capacità riservata a pochi coraggiosi. Meglio in pochi, non solo perché le montagne e i luoghi d’arrampicata sono più belli quando c’è poca gente, ma anche perché alpinista è una donna o un uomo fuori dal comune e non si capisce perché debba rinunciare a questa sua esclusiva particolarità per rendere comune e banale ciò che costituisce un’identità originale. La solita disputa tra montagna per pochi o montagna per molti.

La domanda che oggi mi pongo è: perché lavorare, da volontari, in una scuola di alpinismo? Naturalmente non ho una risposta, a parte la gratificazione narcisistica del sentirsi “istruttori”. Ho avuto la fortuna di iniziare ad arrampicare in un momento, per così dire, di intersezione: mi hanno insegnato la scalata Peppe Fanesi, Stefano Pagnini e altri “vecchi”, ma ho avuto un gruppo di coetanei (a parte gli uomini senza età come Tonino Palermi, Direttore ab aeterno della Scuola), con cui esercitare le nuove tecniche dell’arrampicata sportiva.

Una pura contingenza, una fortuna forse, che ha fatto sì che i giovanissimi introducessero le novità senza provocare scontri. Sicché dai vecchi credo che abbiamo ereditato una filosofia molto forte secondo la quale a scalare si va “insieme”. Non solo, perché abbiamo iniziato ad osservare già nei vecchi il gusto per la competizione, quel gusto, quasi un’esigenza, che obbligava a creare un gruppo allegro e giocoso ed allo stesso tempo organizzarlo stabilendo al suo interno una gerarchia definita sulla base di un solo criterio: la bravura nell’arrampicata.

Durante le discussioni si prestava maggiore attenzione alle parole dei “forti”, come se l’abilità alpinistica dovesse tradursi necessariamente in autorità intellettuale. Certo, questo mio modo di osservare i modi degli alpinisti deve essere stato influenzato da Peppe Fanesi, e nella Scuola, all’epoca del mio ingresso, funzionava ancora così. Oggi le cose sono cambiate e di “forti” non ce ne sono più: è finalmente l’epoca del divertimento, quella che ha avuto inizio con noi giovanissimi.

Cristian Muscelli

Cronaca semi-fedele di un esame IA

Venerdì 12 gennaio, Primo Giorno: la Didattica.

Alle pendici del Monte Vettore, i convenuti - Istruttori e Allievi del Centro Sud per una latitudine compresa tra Perugia e Palermo - presagiscono le pessime condizioni di innevamento dal tipo abbronzato con un secchio in mano che sul valico di Forca di Presta urla “cocco, cocco bello”. In compenso, il Rifugio degli Alpini, debitamente prenotato pagato e confermato, è chiuso.

Il gruppo si trasferisce in Valle Santa, dove lo Scoglio dell’Aquila è muto testimone di un’epica simulazione di Lotta con l’Alpe: su una lingua di neve opportunamente spalata e ammucchiata lungo un pendio puntecchiato di narcisi e nontiscordardime, muniti di equipaggiamento completo per temperature e difficoltà estreme, Istruttori e Allievi si producono senza risparmio in acrobatici tuffi nella neve. Il Brillante Allievo Adriano sbalordisce tutti con il suo “autoarresto carpiato con avvitamento”. Bene inzuppati, gli Allievi vengono quindi trasferiti alla base del Sasso Spaccato, un bastione di roccia compatta in ambiente isolato, per la seconda simulazione della giornata.

Il Brillante Allievo Adriano sorprende tutti con una impeccabile dimostrazione pratica di quarantasette tecniche di piolet traction (leggermente umiliati, i Direttori Palermi decidono che il Brillante Allievo Adriano comincia a rompere i coglioni). Alle tre del pomeriggio, inzuppati e sporchi, tutti accolgono con calorose espressioni l’arrivo del Gestore Gino, che esibisce un aspetto ben riposato e risponde con coloriti epiteti romaneschi. Inzuppata, sporca e affamata, la comitiva prende finalmente possesso delle camerate. Dabbasso li attende l’eminente Valangologo Mainini, che termina fra gli applausi la sua conferenza di quattro ore sulla conclusione, frutto di una esperienza quarantennale, che alle valanghe è meglio restare sopra piuttosto che sotto.

Zuppi, sporchi, affamati e rimbambiti, gli Allievi affrontano i quiz del test di intelligenza, redatto da un’equipe di ricercatori romani (“Si possono mandare i messaggini con l’arva?”). La cena si consuma in un clima di allegro cameratismo con gli Istruttori, che per sciogliere la tensione intrattengono gli Allievi con episodi di incidenti mortali e sonore bocciature. In un momento di confusione, l’Allievo Lino prende in consegna l’intera riserva di grappe del locale. Per il maggior comfort dei suoi ospiti, nottetempo il Gestore Gino porta la temperatura delle camerate a 40 C.

Sabato 13 gennaio, Secondo Giorno: l’Ascensione.

Sconvolto fin dalla sera precedente dall’apparizione della gigantesca mole dell’Istruttore Lattavo, un Allievo non è presente all’appello mattutino.

Nel corpo docente, su un iniziale approccio di filosofico distacco e rispetto della privacy (“cazzi suoi”) prevalgono le ragioni umanitarie: con piglio pragmatico, il Sergente Furiere Cotichelli rintraccia il nascondiglio del disertore grazie a una delazione (il delatore viene promosso Istruttore seduta stante), vi fa irruzione all’alba e, sigillato l’evaso dentro l’imbrago, lo trascina su una cresta del Monte Bicco sufficientemente ventosa da fargli rimpiangere di non essere fuggito per tempo nella natia Perugia.

Fin dalle quattro del mattino il Direttore Leggi saltella nella fitta nebbia piovigginosa, si frega le mani per le ideali condizioni meteorologiche, quindi - per non lasciare tempo materiale a eventuali sommosse - trascina di buon’ora alcuni malcapitati nel pieno della parete Nord del Monte Bove. Lungo la Maurizi-Taddei, via logica ed evidente (600 mt di dislivello, 2400 mt di sviluppo), i malcapitati vengono obbligati a praticare la sua originale versione del dry tooling ed assistono impotenti al suo altrettanto originale sistema di protezione dentro i camini (“passami la corda filante”).

Nel frattempo, altre cordate hanno già fatto rientro dal Monte Vettore, in un clima di generale delusione per la riuscita della salita del Canale Nord di Cima Lago, malgrado gli sforzi profusi con generosità e inventiva sotto la supervisione dei Direttori Palermi per creare le più inverosimili situazioni di pericolo (protezione da primo a secondo con secchiello e paletta; legatura alla corda con doppio fiocco).

I reduci vengono accolti nel rifugio dal Tenente degli alpini Lupi, che li intrattiene con una dotta lezione sull’alpinismo invernale dal Pleistocene fino agli anni Ottanta ma senza considerare gli anni dispari e bisestili, per ovvie ragioni di correttezza storiografica. Una rigorosa esposizione di nomi e date corredata da una proiezione convince in modo inoppugnabile il pubblico entusiasta che le pagine più sublimi della storia dell’alpinismo d’inverno sono state vergate da Walter Bonatti (parete Nord del Cervino) e da almeno due dozzine di alpinisti, tutti ascolani.

La Guida Alpina Franchino conferma con numerose testimonianze personali, il Direttore Leggi protesta energicamente contro la manifesta faziosità del relatore, poco edificante per gli Allievi, e propone di menzionare almeno otto alpinisti maceratesi in luogo di Bonatti. Siglato l’accordo - e poiché il Gestore Gino, poco sensibile all’aspetto culturale della serata, ha ficcato nel camino schermo e proiettore per servire la cena - la lezione di storia si conclude in una ovazione.

Dopo cena, l’Allievo Lino nega di avere visto le bottiglie di grappa e continua con noncuranza ad accendersi le numerose sigarette con l’alito. Molto impressionato dalla rigidezza del clima esterno, nottetempo il Gestore Gino porta la temperatura delle camerate a 80 °C.

Domenica 14 gennaio, Terzo Giorno: Il Verdetto.

paolaGli Allievi vengono sbrandati alle sette dal Direttore Leggi, stufo di saltellare dalle quattro nella tormenta a meno quindici gradi e contrariato per il fatto di non poter trascinare nessuno sulla Maurizi-Taddei, malgrado le ideali condizioni meteorologiche.

Allo scopo di scongiurare nuove diserzioni, porte e finestre del rifugio vengono sprangate. L’Istruttore Lattavo dà una dimostrazione pratica del paranco “Vanzo” con piastrina – barcaiolo - spezzone ausiliario - cordino con rami multipli – dodici autobloccanti - un robeman - nodi a palla, che presenta l’indubbio vantaggio di una facile e rapida esecuzione (il caduto deve collaborare, se non preferisce restare dentro il crepaccio. Subito dopo, gli Allievi vengono suddivisi in gruppi e interrogati su argomenti più o meno pertinenti all’alpinismo invernale (“come si fanno le orecchie di coniglio con la corda? Qual è il verso della giraffa?”). Gli Istruttori si riuniscono in seduta segreta. Dopo un pranzo frugale consumato nell’angoscia (pastasciutta carne mista alla brace insalata patate dolce caffè ammazzacaffè), gli Allievi vengono chiamati uno alla volta al cospetto della Commissione.

L’Allieva Romanucci viene redarguita per non aver risposto in latino alle domande.

L’Allievo Lino viene redarguito per non aver risposto in italiano intelligibile alle domande.

L’Allievo Fabrice viene redarguito per non aver risposto alle domande (“ma chemminchia me ne frega della piolet, io sto a Palermo”).

Il Brillante Allievo Adriano viene redarguito per aver risposto a tutte le domande e aver fatto anche numerosi disegni esplicativi non richiesti.

Il Sergente Balerna viene redarguito per aver fatto a tutti troppe domande.

Alla fine tutti gli Allievi vengono promossi, ma qualcuno deve ripassare bene il doppio fiocco e qualcun altro deve pagare tutta la grappa al Gestore Gino, che pulisce meticolosamente la canna del fucile.

Sulla strada del ritorno l’Istruttore Ares, impedito dalla tormenta nei suoi progetti alpinistici, si consola con emozionanti testa-coda sui tornanti ghiacciati, e riparte sgommando.

* (L’Autrice tiene a precisare che tutti i fatti e i personaggi narrati sono quasi rigorosamente veri)

Paola Romanucci


Fotografie

  1. Paola Romanucci sul granito di White horses (USA)

 

Quel fuoco dentro…

Racconto di una salita

Era il 16 Agosto 1998 eravamo con la scuola di alpinismo ad un “accantonamento” di una settimana su roccia in dolomiti.

Sotto le pareti del bellissimo Catinaccio dopo cena al rifugio eravamo tutti un po’ brilli e stavamo organizzandoci per le salite dell’indomani.

Ci fu un battibecco tra me, nuovo entrato, ed un altro istruttore sulla consultazione di una guida di arrampicata, così abbastanza arrabbiato mi alzai e me ne comprai una identica, mettendomi con attenzione a guardare l’elenco delle vie più belle… e l’occhio mi cadde sulla Steger.

Una via classica, storica ricca di significato, una linea pressoché diritta e verticale molto estetica.

Chiesi informazioni anche a Tonino, mi disse che era una bella via e che sarei stato all’altezza…

Questo, detto da un alpinista di esperienza come lui, mi tranquillizzò.

A fianco a me c’era qualcuno che con lo sguardo mi diceva “ma dove vuoi andare, ma lascia perdere”…

Fu la miccia che si accese dentro di me…

Avevo deciso, dovevo solo scegliere i compagni di cordata…

Quando dichiarai i miei ambiziosi obbiettivi (la via era lunga 600 metri con difficoltà fino al VI+) ci fu un breve silenzio che mi sembrò durare una vita, i miei occhi incrociarono quelli di Enrico che per un attimo li abbassò… subito dopo li puntò dritti nei miei e con un bicchierino di grappa in mano mi disse si…

Era per me un si carico di tante cose… soprattutto una gran fiducia in me che non ero espertissimo di montagna, in fondo erano solo sette anni che praticavo alpinismo su roccia!

Proponemmo la cosa anche a Lino che fece una battuta come a dire “siamo sicuri?” io confermai con un sorriso e subito si aggregò.

Ci svegliammo all’alba, mi sentivo molto bene e carico, c’era “solo” il problema della meteo che non prometteva bene, infatti diversi di noi optarono per vie più brevi e meno impegnative… io no.

Avevo un fuoco dentro che mi bruciava e che sapevo si sarebbe placato solo in cima a quella vetta…

Ci incamminammo verso l’attacco, spediti e decisi, talmente decisi che il primo tiro di III/IV grado lo facemmo sciolti! Poi ci legammo e partii io, gli accordi erano che io avrei tirato i primi 200 mt. che erano i più sostenuti, i secondi toccavano a Enrico e gli ultimi 200 mt. a Lino.

La roccia era buona, c’erano molte protezioni per essere una via alpinistica, mi ricordo che ogni tanto ne saltavo qualcuna letteralmente correndo… Enrico disse poi che ero come in uno stato di trance! Ad un certo punto su un traverso c’era un passo di VI+ ed Enrico con lo zaino in spalla non ce la fece, gli riuscì invece un gran bel pendolo nel vuoto accompagnato da un urlo di paura! L’esposizione era assoluta, il tempo stava cambiando…

Alle soste senza perdere tempo recuperavo le corde a veloci bracciate come se dovessi vincere il campionato mondiale di recupero della corda! Facevo venire su i miei compagni e velocemente ripartivo dopo essermi ripreso il materiale utile, e così via fino alla fine dei primi duecento metri iniziali. Lì dovemmo prendere una decisione cruciale: continuare nonostante il tempo stesse peggiorando o battere in ritirata come l’esperienza e il buon senso avrebbero consigliato.

Ci consultammo velocemente e convinsi i miei due compagni a continuare, a patto che mi lasciassero proseguire da capocordata, per l’ennesima volta mi diedero fiducia e ormai quel fuoco dentro di me era un incendio…

Proseguii ancora più veloce visto che le difficoltà ora erano più abbordabili e arrivammo a due terzi della salita, cominciò a piovere…

Fortunatamente non era una pioggia battente, o almeno così mi sembrò, e nonostante la roccia bagnata e il freddo che provava ad entrarmi nelle ossa mi sentivo in uno stato di piena concentrazione, sicuro di me, ora il mio obbiettivo era portare fuori di lì i miei compagni che mi erano venuti dietro fidandosi!

Ricordo in particolare un tiro in diagonale ascendente verso destra con passaggi di aderenza di V grado su roccia bagnata, e sotto una pioggia continua, in un altro momento mi avrebbe messo in seria difficoltà ma quella volta… quella volta c’era quel fuoco dentro…

Tranquillo e sicuro andai verso la vetta, verso la salvezza e arrivato in cima ero contento ma ancora concentrato… dovevamo riscendere e la pioggia era aumentata con tuoni sempre più vicini.

Feci salire Enrico e mentre stavamo recuperando Lino un fragore come una bomba ci colse all’improvviso… un fulmine! Sassi scagliati al cielo e un forte odore di zolfo, ci rialzammo eravamo illesi, il fulmine era caduto sulla nostra cresta ma dall’altra parte dove la cresta ridiscendeva dalla cima a cento o duecento metri in linea d’aria da noi.

Recuperammo velocemente Lino, e io davanti mi diressi verso la sommità di quella cresta per poi ridiscendere dal lato opposto.

gruppoMi sentivo strano, pensai fosse l’agitazione, ma mi resi conto che i miei capelli con le sopracciglia e le ciglia erano ritti e che sul mio maglione c’erano delle scintille!!! L’aria era ancora carica, mi sentivo nel mirino di un fulmine…

Fermai subito Enrico e Lino e di corsa riscendemmo indietro per perdere quota, ci togliemmo le ferraglie di dosso e aspettammo… dopo una mezzora riprovammo a salire, l’elettricità non c’era più continuammo fino ad una doppia da fare sull’altro versante e mi ricordo che, come per miracolo, smise di piovere e si squarciarono le nuvole lasciando il posto ad un Sole che più caldo di così non lo avevo mai sentito! Era come se fossi rinato di nuovo, ed anche i miei compagni cambiarono subito d’umore. Una lieve ma sempre più frizzante euforia ci prese e scesi alla base della parete ci abbracciammo forte e forse, se ricordo bene, qualcuno di noi pianse…

Tornammo al rifugio e girando l’angolo trovammo tutti i nostri compagni ad aspettarci fuori preoccupati, sbottarono in un urlo liberatorio e qualcuno di loro ci fece una foto…

Io sulle spalle di Lino Hulk Marini ancora con l’imbraco addosso con tanto di zaino alle spalle che teneva me con le corde in spalla e le dita aperte in segno di vittoria, a fianco a noi Enrico Vallorani con uno dei suoi sorrisi infiniti e con un fazzoletto rosso al collo…

Quella foto con le loro firme è ancora appesa in camera mia…

Francesco Rapicano


Fotografie

  1. Un trionfante Francesco Rapicano sulle spalle di Lino Marini. Enrico Vallorani sulla destra.

 

I miei odori di montagna

È da molto tempo che devo riordinare il mio materiale. Mia moglie me lo ripete da ormai due mesi, ma solo questo pomeriggio ho trovato la voglia di scendere in garage. Mi sono seduto su una sedia da scuola materna, che mio figlio utilizzava alcuni anni fa, e ho iniziato a fare mucchietti di moschettoni, cordini, chiodi ecc. Il tutto è contenuto in sei diversi zaini e tra attrezzi per scialpinismo, salite su ghiaccio, salite su roccia e soccorso alpino mi accorgo di quante cose non adopero. Ma non mi va di disfarmi di alcun pezzo. Tanto penso sempre che potrebbero tornare utili.

Da una sbiadita sacca in nylon tiro fuori una vecchia corda che usavo per arrampicare in falesia: accidenti sarà di 12 mm di diametro, è una Roca e la comprai quando c’era ancora la Coosport sotto le Magistrali. D’istinto la accosto al naso: ha un odore né buono né cattivo: né profumo né puzza.

Prendo la corda che uso adesso: ha lo stesso odore, anche i cordini e le fettucce, penso “sarà il nylon”! Ricordo che il gesto di accostare le cose al naso lo faccio spesso, quasi sempre quando assicuro o recupero il compagno che arrampica. Non ho un curriculum di salite sbalorditive, ma durante l’anno ogni mio svago è rivolto alle attività che in qualche modo sono legate ai monti.

L’odore della corda ha funzionato come il link di un portale internet. Seduto malamente in garage è iniziato una sorta di effetto domino che il senso olfattivo ha scatenato nella mente: una successione disordinata di luoghi, visi, gesti, imprecazioni. Nello stato di assoluta assenza, sempre seduto, con gli occhi aperti vedo davanti tutto, tranne le mura del garage. Oltre alle immagini pseudovirtuali ho avuto anche la sensazione che gli altri sensi fossero coinvolti.

Ho avvertito la scottatura delle dita, identica a quella volta quando cercavo di cucinare una banale minestra al bivacco Bafile. Il percorso dei ricordi sensitivi è continuato: il bivacco non aveva alcun odore, ma non posso dimenticare il lezzo nauseabondo che ho avvertito spiegando le coperte; sicuramente dall’ultima volta che hanno visto una lavabiancheria sono passati anni. A seguire, mi scorre davanti il faccione soddisfatto di Lino che ha portato il suo minuscolo sacco a pelo; Tonino (Mari) si lamenta del male che l’artrite gli procura alle mani; si ostina comunque a restare senza guanti tanto dice che ormai non giova: gli ricordo sempre che siamo in montagna in una serena serata di Gennaio.

aresHo sotto il naso il vapore della minestra: è certamente l’ingrediente base del profumo di tutti i rifugi. Quando si varca la porta d’ingresso di un rifugio, subito si sente l’odore di minestrone, mischiato all’immancabile legno del rivestimento, delle panche e dei tavoli. Ma dalla cucina, che in alcuni piccoli ricoveri è un tutt’uno con il resto dell’ambiente, lo stato di trance mi porta al rifugio Amiante.

Siamo andati per il Grand Combin in compagnia di due ex allievi dei corsi di alpinismo e alpinismo invernale. Bella vacanza, ma che strizza quando il mattino all’alba una cordata svizzera poco sopra di noi ci butta addosso un grande masso!

Si frantuma davanti ai miei occhi: guardo sempre una pietra che mi cade sopra, così spero di schivarla all’ultimo momento. Puzza di zolfo: il garage è pieno di puzza di zolfo, la sento.

Lino rintocca un paio di bestemmie: Enrico l’ingegnere gli dice che sarebbe meglio raccomandarsi l’anima, con quegl’imbecilli che ci precedono!

Prima di farmela sotto ci spostiamo verso un piccolo uno sperone, una nervatura rocciosa. Da questa parte siamo fuori dalla verticale di altre eventuali cadute di pietre. È forse un po’ più difficile, ma non tanto, anzi saliamo più diretti e arriviamo sopra al Valsorey prima degli altri. Mentre recupero i compagni che salgono mi libero di una fastidiosa pressione gassosa intestinale. Si, insomma scorreggio. Dopo alcuni giorni di alimentazione da rifugio la puzza è la stessa del loro cesso.

Il cesso più buffo lo ho visto al Teodulo; corso di scialpinismo avanzato. Un gabbiotto attaccato al corpo principale del ricovero, pavimento in acciaio con un buco in mezzo, chiuso da un grumo di strofinacci attaccati ad un palo di scopa. Penso che serva per aiutare gli escrementi a scivolare: è vero in parte, parlando con la ragazza in cucina scopro che il tappo evita all’aria gelida di entrare dal buco e l’acqua dello sciacquone non si ghiaccia. Si perché il buco del cesso è dritto sul ghiacciaio e occorre essere veloci nei bisogni altrimenti le parti intime … ho immediatamente una sgradevole sensazione interno cosce, ma sono sempre in garage.

Il cesso più confortevole invece era all’Almagellerhutte. Quasi come a casa: profumava. È di gran conforto e credo che aiuti l’ascensione, se al mattino si passano alcuni minuti in un cesso pulito e profumato. Ma di quella zona ricordo che negli ultimi metri del Weissmies il tempo volgeva al brutto.

Quanto brutto lo ho capito nel momento in cui ho sentito un strano odore di pelo bruciato. Avevo infilato i bastoncini nello zaino e le punte fuoriuscivano sopra. Una da un lato e una dall’altro. Formavano un arco elettrico, in mezzo c’erano i miei capelli che erano un poco più folti di adesso. È durato un attimo; un nano secondo: lego lo zaino ad un cordino e lo butto a sinistra della cresta, io vado a destra, dall’altra parte. Avverto Andrea e Pietro e rimontiamo la cima di corsa senza fiato. Ci buttiamo a capofitto sulla traccia della normale e in poco più di un’ora siamo al rifugio giusto in tempo per evitare il finimondo che si stava scatenando.

L’odore di pelo bruciato è inconfondibile, ho imparato a riconoscerlo da bambino quando in paese, prima di natale, si ammazzano i maiali. Per questo quando lo ho sentito in montagna, mi è saltato il cuore in gola … Odore forte e intenso nel garage.

È un lunedì di luglio, ho appena parlato al portatile con mia moglie che sta cucinando se stessa sul lettino al mare; le chiedo se ha bisogno di un po’ di rosmarino. Io sono in ufficio; mi squilla il telefono sulla scrivania e cambio interlocutore.È Piermatteo il Capostazione; al Vettore è brutto tempo e è arrivata una richiesta di intervento.

Mollo tutto, avverto i ragazzi al lavoro e parto: ho sempre il bagagliaio dall’auto pieno zeppo di cose da montagna e non perdo tempo. Siamo a Forca di Presta; qualche nuvoletta, ma nessuna traccia di brutto tempo. È durato poco, un classico acquazzone estivo, anche ieri è successo: ero proprio qui insieme a Lino, Fabio e altri sullo Scoglio dell’Aquila. Siamo usciti sulla cresta del Redentore nel momento in cui uno scroscio di pioggia investiva Castelluccio a pochi metri d’aria da noi. Posizione pericolosa, su una cresta con addosso ferri vari e con il tempo in evoluzione rapida. Ma tutto è andato bene e ci becchiamo una grandinata quando siamo già al rifugio Zilioli.

Non è andata altrettanto bene alla poverina che quel lunedì scendeva sotto il nubifragio. Poco sopra alla croce Zilioli. Sul sentiero che noi ascolani abbiamo percorso centinaia di volte è stata folgorata: aveva una catenina d’oro al collo e gli amici tra un singhiozzo e l’altro, raccontano di averla vista parlare al cellulare. La recuperiamo e mentre l’adagiano sulla barella c’è lo stesso odore che ha risparmiato me e lei no.

Entra mia moglie in garage, ben vestita. Inizia a borbottare, dobbiamo uscire e sono in alto mare, anzi peggio. Tutto il materiale è sul pavimento; si fa fatica anche a passare. Ho peggiorato le cose: mi rimprovera che sono due ore da quando sono sceso e non ho fatto niente. Continua a ruota libera fintanto che sbotto. D’altronde che cazzo ne capisce lei di odore del nylon, di coperte sporche, di minestroni, di cessi sul ghiacciaio, di peli bruciati e dei danni che può fare un cellulare!

Strabuzza gli occhi, comprende solo “che cazzo ne capisci tu”. È un grave autogol, sono in torto marcio e lei ha ragione … Ma come posso pretendere che mi capisca. D’altronde è lei che mi ha svegliato da uno stato di quiescenza fatale nato dall’odore della vecchia corda.

Ares Tondi


Fotografie

  1. 2006 -Ares in vetta alla Barre des Ecrins (4103 m)

 

Agner

Agosto 2008, giornata uggiosa in Dolomiti, con Daniele e Max ci dilunghiamo in chiacchiere al nostro campeggio di fortuna in val Corpassa.

Di fronte a noi, ormai in tarda mattinata, due francesi escono dal camper e iniziano a preparare lo zaino: qualche rinvio, circa trenta metri di corda, imbraghi minimalisti, tuta alare, casco e paracadute.

Li immaginiamo diretti alla Torre Trieste a fare base jumping e i nostri discorsi si spostano sul nostro modo di vivere la montagna, fatto di zaini più pesanti (con trenta metri di corda, al massimo, ci facciamo tiro alla fune) e di un’attività più distesa (l’ansia da prestazione scatta dopo la montagna, in osteria).

agner1Noi, a quell’ora e con quel tempo, scegliamo di fare una passeggiata per vedere un po’ di montagne dopotutto, quando pianificavamo la vacanza, avevo chiesto a Daniele “Portami a vedere le Dolomiti, che non le conosco!” e lui mi ha portato a vedere la valle di San Lucano.

Provati dall’afa, con passo stanco e svogliato, ci dirigiamo al bivacco Cozzolino, passiamo sotto lo spigolo nord dell’Agner ed entriamo in una natura selvaggia ed anche un po’ soffocante; dopo un sentiero soleggiato tra il verde ora siamo su una pietraia grigia, c’è un nevaio sporco, pure grigio, e le ripugnanti pareti che ci circondano, completamente bagnate, svaniscono mille metri più in alto tra le nuvole scure.

Il tutto però ci affascina, a tutti e tre piace la wilderness e qui ce n’è tanta: da dove siamo non si vede strada o abitato, il sentiero è ormai scomparso e soprattutto non si sente alcun rumore.

Daniele in particolare ha un colpo di fulmine, lui, ex speleo, è attratto dagli orridi umidi e quando in discesa ripassiamo sotto l’attacco dello spigolo, tutto convinto Daniele annuncia “Attacchiamo di notte, ci portiamo questo, quello e quell’altro…”.

Eccitato com’è, neanche ha chiesto a me e Max se eravamo interessati alla salita.

Cerco di distoglierlo, argomentando col fatto che non siamo allenati, io in particolare, che mi sono fidanzato ad inizio stagione e la montagna l’ho vista poco, e poi non ho mai fatto una via lunga neanche la metà di quella e per di più il tempo non è bellissimo…tutto vano: ”Lo matto non se cura”, si dice al mio paese.

Prima di cena prepariamo gli zaini davanti all’osteria, poi dentro ci rimpinziamo secondo la regola “mangiamo oggi che domani non si sa”. A tavola c’è la solita discussione sull’orario di sveglia: io e Max siamo per dormire almeno un po’, Daniele invece, fedele al motto “Il vantaggio salva il lepre”, propone prima le quattro, poi le tre e mezza, poi le tre.

Alle due e mezza del mattino, visto che lui non può dormire, bussa al finestrino della mia auto ribadendo “il vantaggio salva il lepre!”…se lo prendo ‘sto lepre…

Dopo colazione i miei compagni partono a razzo su per la salita; Daniele ieri era vecchio e “mo s’è scordato”, io invece come sempre a freddo tribolo.

Alle quattro e mezza siamo all’attacco.

Lo zoccolo è ingombro di terra, pini mughi e muschio grondanti acqua, ma per fortuna Daniele, spinto dal suo lato speleo abituato al viscido e al buio, annuncia “Vado io!”.

Dopo l’alba siamo ancora impegnati tra erba scivolosa e alberelli che ce la mettono tutta per ostacolarci, costringendoci pure a gattonare…a questo punto dimentico di essere ambientalista e desidero solo una motosega, dopotutto, per fare la grappa, di mughi ne servono pochi.

agner2Max intanto imita Corona “Camminare sui mughi scalzi fa bene alla circolazione!”.

Quando arriviamo alla roccia pulita siamo già stanchi e soprattutto morti di sonno, poi, dopo qualche tiro un po’ troppo difficile e con nessun segno di passaggio, ci rendiamo conto di avere percorso delle varianti: stavamo infatti seguendo una relazione scaricata da internet molto dettagliata ma (fa anche rima) sbagliata; d’altra parte però, quella ufficiale della guida era un po’ vaga: per una via di 1600 metri, la relazione era lunga come quella di una via delle Spalle!

Vengono a galla le nostre carenze di alpinisti “moderni”, abituati a difficoltà tecniche più elevate ma con scarso senso dell’itinerario: sicuramente Gilberti e Savorino nel 1934, durante l’apertura di questa via, hanno fatto meno avanti e indietro di noi!

Quando poi, per seguire dettagliatamente la relazione errata, mi perdo su una placca verticale completamente evitabile, mi convinco che è ancora lungo il cammino per diventare un vero alpinista.

Continuiamo la scalata godendoci la salita molto bella e varia, su roccia quasi sempre ottima, senza negarci uno spuntino, una foto o la contemplazione di quello che ci circonda, senza fretta, tanto non serve. Nel pomeriggio sono spossato, ormai abbiamo fatto più di trenta tiri! Ad un certo punto Max legge la relazione e dice “Beh, non manca molto…” e Daniele, aprendo lo zaino, “Aspetta, manca un’altra pagina!”.

Alle sei e mezza decidiamo di fermarci e preparare il bivacco: ci sono ancora molte ore di luce, ma qui è comodo e sopra la parete è verticale, meglio non rischiare di dormire scomodi.

Mangiamo pane e formaggio poi, dimentichi del nostro ruolo di rudi alpinisti, rompiamo l’isolamento chiamando col cellulare le fidanzate, perché non basta il bellissimo tramonto a scaldarci il cuore.

Tutto attorno a noi è irreale, la luce ormai radente accende di nuovi colori le montagne e le nuvole lontane, le pareti della Torre Armena di fronte a noi, prima in ombra, ora si mostrano: sono stranissime, piene di nicchie rotonde come una gruviera.

Daniele e Max hanno il sacco da bivacco io il sacco a pelo così, mentre loro passano una notte insonne, io infierisco con il mio proverbiale russare…questo a loro dire, io non ricordo. L’alba è bellissima ed iniziamo subito a salire di gran lena; l’arrampicata è più continua, ma la linea è evidente ed è difficile sbagliare, anche per noi!

Ora siamo sulla parete sommatale, sembra di essere sulla est del Corno Piccolo per la bellezza del calcare, solo che sotto c’è un salto alto quattro volte tanto; da qui si vede il parcheggio, con tutto il percorso macinato ed io mi sento ancora più stanco nel realizzare il viaggio fatto.

Tuttavia si sale, d’altronde ormai è l’unica cosa da fare. Il diedro di VI-, che in un altro posto non avrebbe impegnato come un VII, mi svuota e per concluderlo sono costretto ad appendere lo zaino lungo il tiro ed appendermi pure io per riposare: che pivello! Poi una placca appoggiata a buchi molto divertente fa tornare la mia autostima a livelli accettabili.

A Max toccano gli ultimi due tiri molto esposti con dei punti decisamente rotti “Mi sono informato, qua la roccia è rotta” dice lui; arriviamo ad un cengione, poi altri cento metri in conserva e finalmente ci sleghiamo.

Giunti sulle ghiaie al termine delle difficoltà possiamo decidere: fare la cima o scendere; all’unanimità scegliamo la seconda opzione, visto che dobbiamo scendere per 1800 metri di dislivello su un altro versante e siamo cotti.

Chiamo mia madre, che da due giorni ha il telefono in mano: non conoscendo l’Agner aveva capito che ero impegnato sulla nord dell’Eiger, così la rassicuro “Lì non ci andrò mai!”, non è nei miei sogni.

Scendiamo prima per una ferrata poi per sentiero esposto, man mano la stanchezza svanisce, si vede che sono alla frutta ed è intervenuta l’adrenalina in mio soccorso, oppure, a forza di ridere e di scherzare (cosa in cui la cordata eccelle), l’ho dimenticata.

Una volta arrivati al raffinato rifugio Scarpa, arredato in stile belle époque, ci gustiamo birra, affettato e la compagnia di qualcuno estraneo alla cordata. La settimana seguente i miei compagni sono partiti, ma io sono ancora a campeggiare nella Valle di San Lucano con Isabella e guardando lo spigolo a mente fresca faccio delle considerazioni sulla salita e sul nostro alpinismo: la via non è di rilievo, è stata aperta nel ’34, non presenta tiri estremi da copertina e qualcuno l’ha anche salita in due ore e mezza, ma quello che conta dell’esperienza sono le emozioni, non il curriculum e grazie agli amici e all’ambiente straordinario sono state belle ed intense. Io faccio questo alpinismo fuori moda, senza rincorrere numeri, per il gusto di farcela, non di vincere e per vivere più intensamente le cose più belle che la vita ci dà.

Termino adattando le parole di Andrea Gobetti “la vita, potete scegliere di viverla alla televisione…oppure andando in montagna, luogo pessimo per lavorare, avaro per tirar fuori soldi, ma palestra del verbo essere”.

Guido Amurri


Fotografie

  1. 2008 - sulle bellissime placche finali
  2. 2008 - Max assicura Guido