Alpinismo

Tiziano Cantalamessa

1956 / 1999

tizianoTiziano non è morto in montagna. Anche se caduto da una parete rocciosa nei pressi di Pioraco, lui il 12 maggio 1999 stava lavorando. E questo almeno gli ha risparmiato, da parte dei giornali, quegli odiosissimi titoli tipo “La montagna assassina”, “Tributo di sangue”, e via cazzeggiando. Sarebbe stato il primo a riderne, come abbiamo sempre fatto in altre occasioni. Ed a pensarci bene è consolatorio che uno come lui, con la sua lunghissima attività ai limiti superiori dell’alpinismo, ne sia uscito indenne. Per conto mio l’ho sempre saputo. Sarà che i nostri esordi alpinistici furono dominati dal mito di Walter Bonatti, “l’uomo che tornava sempre” ma io l’ho sempre accomunato a lui. Come Bonatti, Tiziano era sempre all’altezza delle difficoltà o degli imprevisti che incontrava. Dove gli altri si arrendevano sfiniti, lui cominciava appena a lottare. Mi è già capitato di dirlo: uno dei motivi per cui a volte preferivo non uscire con lui, con tutto l’affetto che gli riservavo, era perché la sua presenza “annullava i problemi”. Sembra assurdo a dirsi ma vi assicuro che era così che mi succedeva. Era talmente al di sopra delle difficoltà, che si andasse a ripetere una via, o a tentarne una nuova, da eliminare le probabilità di non riuscita, azzerando il senso di avventura e privandoti della possibilità di verificare le tue, di capacità. E questo qualsiasi posto occupasse in cordata, perché comunque, in caso di necessità, c’era lui.

Diciamolo senza alcuna remora: è stato il migliore. Intendo non solo il migliore tra i pur forti alpinisti che Ascoli abbia mai espresso, e l’impressionante elenco di salite (vedi Palmares), sta li a dimostrarlo. Ma in assoluto il più forte alpinista del centro Italia. Lui, in quell’elenco, nelle 179 salite notevoli comprese tra il 1973, anno dell’inizio della sua attività, ed il 1999, anno della sua morte, compare ben 60 volte. Lo hanno già detto anche autorevoli penne dello spocchioso ambiente romano, e non vedo perché non possiamo ben dirlo noi, senza timore di essere tacciati di campanilismo. E che l’ambiente ascolano, la sezione del CAI, la sua Scuola di Alpinismo, abbia potuto esprimere un personaggio come Tiziano Cantalamessa, fa onore a tutti noi, dal semplice socio della sezione ai più attivi e forti arrampicatori. A Pioraco, nei pressi della parete da cui è caduto, è stata posta una targa che lo ricorda. Presiedevo la delegazione regionale del CAI, quando il presidente della sezione di Camerino mi chiese di voler intervenire alla cerimonia della sua posa. Gli spiegai che non potevo, che avrei tradito la sua memoria, perché Tiziano odiava, come me, la retorica delle lapidi commemorative, delle croci e degli altari sulle vette, dei simboli religiosi che troppo spesso si collocano in montagna.

Perché invece il suo, il nostro modo di concepire la montagna, e questa è forse un’ eredità di cui va dato atto all’ambiente della Scuola di allora, primi fra tutti Peppe Fanesi, poi il vecchio “Calibba”, era dissacratorio, scanzonato, allegro. Ok, è vero, anche la politica c’entrava, ma anche quella presa allegramente. C’era già la vita di tutti i giorni a richiedere serietà. In montagna no. Dopo la grande concentrazione necessaria in parete (“quanne sta’n’faccia a chille, n’ha da sentì nint”, diceva Pasquale Jannetti, guida alpina e gestore del rifugio Franchetti degli anni ’70), era tutto un prendersi per culo, tutta una gran risata. E le risate di Tiziano, come vedrete negli scritti che seguono, sono un motivo ricorrente nei ricordi di tutti coloro che lo hanno conosciuto. E’ così che vorrebbe sicuramente essere ricordato: mentre ride a crepapelle, magari davanti ad un buon bicchiere di vino.

 

 

Alberico Alesi

 

Tiziano … un amico

di Massimo Marcheggiani

(...)

E’ stato esattamente 22 anni fa che Tiziano s’infilò nel mio mondo alpinistico … Cinque del mattino, giugno del ’77, una voce concitata viene a chiedere aiuto e tutto il rifugio Franchetti si sveglia. Arriviamo veloci alla base della est del Corno Piccolo e Tiziano sta lì, steso a terra immobile, dopo una caduta di una dozzina di metri. Muove solo gli occhi, quegli occhi che chiunque lo abbia conosciuto non avrà potuto non ammirare. Sono imploranti e sofferenti, è fortemente impaurito per una sospetta frattura alla colonna vertebrale. Dopo averlo imbarellato, lo portiamo a spalla a Prati di Tivo. Nel lungo e faticosissimo tragitto la tensione si allenta con una risata quando, nel suo dialetto ascolano, dice di averlo fatto apposta a cadere per avere l’onore di essere portato a spalla da un fuoriclasse dell’alpinismo: uno dei “portatori” era un ragazzino su cui si raccontavano leggende, Pierluigi Bini.

(...) Dopo l’incidente riprende a scalare con una passione sincera e viscerale, tanto da maturare l’idea di diventare Guida Alpina. Da allevatore a guida il passaggio non è certo facile e sicuramente impegnativo, ma dopo alcuni anni di vera fatica ci riesce e si trasferisce in città per vivere esclusivamente di montagna. Nella sua prima spedizione extraeuropea (in Patagonia, io e lui, da soli) riesco a percepire appieno la sua reale potenza mentale e fisica. In venti giorni riusciamo a fare quello che numerosissime spedizioni non hanno fatto con mesi di permanenza. Dopo aver scalato quasi tutto il pilastro Nord (via Casarotto), pochi giorni dopo riusciamo a scalare il Fitz Roy per la via franco-argentina, partendo e ritornando al Campo Base in 26 ore consecutive. Ma a parte l’aspetto tecnico, l’esperienza è stata per me un grandioso viaggio nell’uomo. Ho conosciuto un Tiziano di una ricchezza umana che mi era fino ad allora sfuggita, ho goduto della sua personalità genuina e fantasiosa, con lui ho riso come non ho mai riso in vita mia … l’apice fu durante una cena, ospiti di una buffa spedizione giapponese, dopo aver scalato il Fitz Roy. Ormai completamente rilassati cercavamo di parlare mischiando l’italiano con lo spagnolo e un po’ d’inglese, e ridevamo, ridevamo così tanto che siamo arrivati alla tenda rotolandoci per terra dalle risate, fino a farci venire un mal di pancia che non dimenticherò mai! … La Patagonia, mi diceva Tiziano, era la sua prima “vera” vacanza dopo una vita …


Fotografie

  1. Tiziano Cantalamessa