Alpinismo

Achille Cardarelli

1949 / 2007

Molto spesso oggi non si sente parlare di Alpinisti se non di quelli grandi, famosi, che hanno alle spalle curriculum incredibili, salite difficilissime, spesso ai limiti delle proprie capacità. Ringrazio molto di avere l’opportunità di raccontare di Uno normale, come tutti noi, che non ha mai fatto cose estreme (ma neanche banali) perché ha messo sempre davanti a tutto lo stare insieme agli altri ed il divertirsi.

achilleTutto inizia con le prime esperienze dei campi in montagna organizzati dal parroco del paese. Lì ‘Chille inizia con l’amico Carletto Angelici a fare le prime passeggiate estive e, appena possibile, queste si trasformano nelle prime scappatelle invernali: parliamo dei primi anni ’70, quando i due amici ancora non sapevano dell’esistenza dei ramponi (addirittura pensavano di inventarli usando i tappi a corona delle bottiglie della birra) e l’unico attrezzo per la progressione era un piccone da muratore. Consapevoli della scarsità della loro preparazione e complice un ritaglio di settimanale che pubblicizzava “Imparate ad arrampicare” i due amici si imbarcano su una vecchia Mini Minor alla volta della Val Gardena: è il 1976 quando si trovano a frequentare un Corso di Roccia organizzato da una Guida Alpina di quelle zone. Gli insegnamenti furono molto importanti: sicura a spalla, si arrampicava con gli scarponi, discesa in doppia alla Piaz, ecc. Il 1977 è l’anno magico: di ritorno dall’esperienza in Dolomiti i due decidono di iscriversi ad un Corso di Alpinismo organizzato dal CAI di Ascoli Piceno, dove hanno la fortuna di incontrare Peppe Fanesi, Tiziano Cantalamessa, Tito e Guido Ciarma e tanti altri, per i quali per tutta la Sua vita ‘Chille avrà sempre parole di ammirazione e grande affetto.

Fu magico perché solo in quell’anno con Carletto ripetè circa 20 vie sul Gran Sasso e Pizzo del Diavolo: le classiche facili, anche se per due che non sapevano nemmeno la strada per arrivare a Prati di Tivo (pensavano si dovesse passare per San Gabriele!) potrebbe anche risultare abbastanza “grande” aver fatto, fra le prime salite, la Cresta Nord alla Vetta Orientale del Gran Sasso.

Nel 1980 è la volta dello Sci Alpinismo: ‘Chille si iscrive ad un Corso del CAI di Macerata dove avviene un altro incontro importantissimo. Dopo il Corso, in partenza per una domenica in montagna, dice a Carletto: “oggi viene uno che è un rompi palle che tu non ti rendi conto!”. Si trattava di Mimmo Pistonesi che, insieme a Stefano Principi, tutti costituiranno il gruppo di tutte le uscite in montagna.

Montagna, sì, e non solo alpinismo, ma anche i funghi, le passeggiate, le arrampicate, le salite su neve, lo sci alpinismo…un amore sfrenato per tutto quello che si poteva fare in quell’ambiente di cui era profondamente innamorato.

festa a san vitoNegli anni ’80 arriva quello che poi costituirà una svolta nel modo di concepire la montagna: il titolo di Istruttore di Alpinismo. Senza abbandonare gli amici di sempre nasce la passione per l’insegnamento anzi, per la condivisione di una passione. È così che a San Benedetto del Tronto, dove fino ad allora l’Alpinismo aveva visto solo sporadiche apparizioni di qualcuno, si organizzano i primi corsi di Roccia e di Alpinismo Invernale, riuscendo a creare un gruppo veramente affiatato di appassionati, molti dei quali sono oggi forti alpinisti ed Istruttori della Scuola.

Nel 1982, insieme a Carletto e Mimmo, va sul Monte Bianco, e nel 1987 sul Monte Kenia , nel 1985 sul Cervino con Stefano, oltre a ripetere le grandi classiche di medie difficoltà al Gran Sasso e sui Sibillini. Piano piano si allontana dal gruppo di San Benedetto: successivamente ad una sciagura accorsa in quei tempi, venne criticato proprio per quello che con tanta dedizione aveva cercato di mettere insieme, dovendo sottostare all’accusa di aver creato un gruppo di esaltati.

Ma è soltanto l’inizio di una nuova esperienza, il ritorno in quello che era stato un po’ il giro iniziale necessario a far avviare la sua passione: il gruppo di Ascoli. Collabora molto con gli amici Ascolani, in un ambiente di certo più orientato all’Alpinismo rispetto alla “culinarietà” che ormai imperava all’interno del gruppo di San Benedetto, ed ha sempre vissuto questo decadimento come una sconfitta personale, come se non fosse riuscito a realizzare fino in fondo i suoi disegni.

E ad Ascoli c’è la rinascita, amici vecchi e nuove conoscenze per Lui, il più vecchio di tutti, ma con uno spirito e la vitalità di un ragazzino.

achilleMa non era solito lasciare le cose a metà, e ritenta, ancora una volta, di ricordare alla Sezione di San Benedetto che il CAI è il Club Alpino Italiano, dovrebbe cioè occuparsi di Montagna, di Alpinismo. Insieme ad un gruppo di Alpinisti ne prende le redini ma, come accade nella consuetudine politica purtroppo presente all’interno di tutti i gruppi umani (anche il CAI) decide di abbandonare nuovamente, stavolta definitivamente, perché inorridito di fronte a chi pretende la Sezione come un gruppo di accompagnatori della domenica, a chi vuole che tutto sia facile, a chi non ama conquistare le cose ma vuole solo che gli vengano preparate dagli altri e, essendo capace di fare tutto tranne che l’alpinismo, si permette di criticare Chi invece cerca di condividerlo con gli altri. Ho insistito su questo aspetto perché nelle Sue parole ho sempre sentito un fortissimo dolore, ha preso sempre questi fatti come un tradimento, e sono certo che questa delusione sia stata veramente grande, e lo sarebbe ancora di più se adesso l’avessi nuovamente celata.

Ed al gruppo dei Vecchi (Carletto, Mimmo, Stefano) prima e, in seguito, a quello della Scuola del Piceno ho l’onore di unirmi. Inizio a guardare con occhi diversi tutta la mia adolescenza e sogno che un giorno riuscirò a fare quello che Lui fa. Ne sono innamorato, mi ha messo dentro un qualcosa che lì per lì non so spiegare, ma è quella cosa che mi fa svegliare la mattina prima di Lui, mi fa aspettare in cucina che scenda le scale per dirgli: posso venire con te? “No” è la risposta, per vedere (ma questo lo capirò solo più tardi) se la mia era veramente voglia di provare ad amare quel mondo o se era solo per togliermi uno sfizio. Se la domenica dopo mi fossi fatto trovare lì sarebbe stata, per Lui, una cosa seria. Ed io ero lì, e da quel giorno non è stato mai più “no” ma sempre “si”.

Insieme a Lui avrei fatto di tutto perché mi dava sicurezza, mi sentivo protetto, e così iniziamo un grande Viaggio, la parte più importante della mia vita, un Viaggio che è stato un insegnamento, non solo di Alpinismo, ma di come si sta al mondo…e penso che per Lui sia stata una grande soddisfazione potermi educare avendo come aula quell’ambiente. Tutto ciò mi ha insegnato ad apprendere le giuste cose dalle persone giuste, e Lui in assoluto è quello che mi ha insegnato più di tutti, quello che mi ha fatto arrabbiare più di tutti, quello che mi faceva scendere se non riuscivo a passare, che mi si mangiava di urli se facevo una cazzata, che mi ha insegnato il condividere, che mi ha trasmesso la sua passione, che nonostante la durezza che poteva avere in alcuni momenti non vedeva l’ora di arrivare in cima per un abbraccio.

E di abbracci ce ne sono stati molti, dopo ogni via che abbiamo percorso insieme, sul Gran Sasso, sulle Dolomiti, sui Sibillini, e poi lo Sci, le camminate. Nel ’91 sul Dente del Gigante e sulle Grandes Jorasses, nel 1992 sul Cervino, nel 1999 sul Campanile Basso, nel 2001 sul Badile: ma non sono queste le sole salite degne di nota, perché tra di noi c’è sempre stata la componente emozionale molto al di sopra di quella tecnica, la corda che ci ha sempre unito non era solo quella di nylon ma soprattutto quella che nasce fra te e il tuo Compagno di Cordata. E se n’è andato facendo quello che più Gli piaceva, in una domenica calda di luglio del 2007, all’attacco di una delle Sue Vie preferite (la Via a Destra della Crepa al Gran Sasso): e quello che più gli piaceva non era la Via in sé, ma il poterla fare con due ragazzi che non la conoscevano, ai quali poteva fare una testa tanta su ogni singolo passaggio, sui chiodi conosciuti a memoria, su tutta la storia della salita e di tutte le grandi classiche della parete. Parole, tante, dette col cuore, che non ti facevano pensare a quello che stavi facendo, ma che servivano a spingerti più su, a farti trovare in breve in cima….a farti innamorare di quello che stavi vivendo.

Se n’è andato, ma in realtà lo sento sempre, e credo sia così anche per gli altri che hanno avuto modo di conoscere ed apprezzare…la sua normalità.

Grazie Babbo.

Luigi Cardarelli


Fotografie

  1. 1977 - Gran Sasso, Via della Virgola, una delle tante ripatizioni di quell’anno fantastico nelle conformazioni rocciose che amava di più: i camini
  2. 2006 - durante una delle “scampagnate” a San Vito
  3. 2006 - Achille all’ultimo corso di Alpinismo invernale

 

Marco Florio

1941 / 2005

Di Marco so i primi anni in montagna, dal 1958 al 1970, poi ci siamo persi di vista. Scrivo di allora perché mi sembra necessario ricordarlo qui con gli altri di Ascoli, lui che per primo ci ha fatto conoscere nell’ambiente alpinistico di mezza Italia.

giugno 1959

florio al vettoreChiudo piano la porta, resto impacciato nel corridoio buio sin quando Marco s’affaccia ridendo dalla sua stanza; mi porta a salutare Mariolina, i grandi occhi di bambina brillanti d’eccitazione, i capelli neri arruffati, un sorriso preciso al suo; gli altri fratelli dormono, la madre scola in cucina gli spaghetti aglio-olio-peperoncino-pomodoro che al figlio serviranno qui da colazione e in montagna da pranzo insieme a un fondo di pagnotta imbottito di frittata, il meglio in assoluto per rimpinzare un alpinista diciassettenne di carboidrati e proteine.

Un ragazzino, quasi dieci anni meno di me, che ha cominciato ad arrampicare l’anno scorso ma sul quarto e oltre è già una sicurezza col suo muoversi deciso e fluido, un concentrato di forza e di istinto, da un appiglio all’altro; la coscienza d’essere qui perché ne ho bisogno, e che questo in qualche modo non sta bene, s’affaccia appena mentre Marco divora la prima razione giornaliera di spaghetti e la signora, vedova del maresciallo comandante la Stazione Carabinieri di Ascoli, mi invita a favorire col suo forte e sorridente accento pugliese; poi è ora di muoverci, sul Gran Sasso ci aspetta la Fantoni-Modena, sbaglieremo percorso, lui farà da primo un tratto di quinto e sesto.

Il nome di Marco compare per la prima volta sul mio quaderno sotto la data del 15 giugno ’58: “Pizzo del Diavolo da Pretare: direttissima al colletto (4°, pass. 4° sup.) e spigolo Bafile (3° e 4°), cioè lo spigolo integrale, in cordata con Gigi Mario, della Sucai Roma, ed Ignazio, stando al centro. Altra cordata Silvio Jovane, Claudio (Perini), Marco Florio. In 4 ore. Nebbia. Molto bello”.

Il 29 giugno il quaderno lo registra ancora: “Gran Sasso, Corno Piccolo, via della Spalle dall’attacco teramano (3° e 4°), in cordata con Pinetta. Altra cordata Claudio, Bucci e Marco … una grossa pietra cade sulla spalla di Pinetta sotto il camino di uscita, Pinetta vola, la reggo, ha la spalla contusa, risale facilmente. In discesa per la Danesi. Il pullman è partito, torniamo a casa con l’auto di Aladino (6500 lire).”

florio, calibani e BonattiDi nuovo il 6 (“Corno Piccolo, cresta NNE. Con Pinetta, cordata con lei e Bucci, altra cordata C.laudio, Adalina e Marco”) e il 27 luglio (“Con Maurizio (Calibani), Marco e Vincenzo Morganti la cresta NNE, poi piove e si torna”), il 3 agosto quando con Maurizio ripercorriamo lo spigolo integrale al Pizzo del Diavolo e però “Marco scende subito perché non sta bene”, il 31 agosto alla prima ripetizione della via GAP alla Punta Maria “aperta il 24/8 da Claudio e Maurizio”, la prima via di alpinisti del Gruppo alpinisti piceni: questa volta sono io che “non sto bene” perché “vado e torno in bicicletta!”.

Nell’autunno Marco è allievo del primo corso di roccia del GAP con Peppe Fanesi, Peppe Raggi, me ed altri; nell’inverno compiamo insieme qualche gita sci-alpinistica, ricordo la sua camicia rossa e, ad ogni curva, la sua testarda e vincente lotta con la tecnica di discesa; ma già nell’estate del ’59 va da primo, sulle Spalle e aprendo con Raggi sul Pizzo del Diavolo una variante alla via del camino, ancora con me sulla Fantoni-Modena e in un tentativo alla cresta nord del Paretone, fallito quando abbiamo superato l’insidioso tratto iniziale “perché una scarica di pietre dall’alto ci porta via il sacco mentre siamo fermi. Ritroviamo quasi tutto in fondo ma è troppo tardi per risalire. Si torna in Ascoli in autostop”.

A luglio ‘59 saliamo insieme la Centrale a comando alternato, poi la Vittorini-Berardi alla Est del Pizzo del Diavolo, qui è lui capocordata (“4° sup., un pass. 5° sup, durissimo, in alto, via brutta su roccia non buona”; e, naturalmente, “vado un po’ male”), due prime ripetizioni; in agosto, nell’accantonamento GAP sulle Alpi, ci leghiamo per la traversata dalla Monterosahutte alla capanna Margherita per la Dufour e la Zumstein e siamo di nuovo insieme il 31 dicembre, con Pinetta tra noi, per la prima invernale alla Cresta di Galluccio sul Vettore.

Intanto, settembre ’59, è nata la cordata Florio-Calibani: nell’arco di una settimana apre sul Pizzo del Diavolo la via al Colletto del Gran Gendarme (passaggi di V+ e A1), una variante alla via della Riga e la direttissima alla Punta Cichetti; a ottobre altra variante alla D’Angelo-Narducci sul terzo pilastro del Paretone al Gran Sasso, prima ripetizione: un duo vincente, Maurizio che studia e organizza ma anche arrampica da primo o da perfetto secondo e Marco che, appunto, garantisce il risultato.

florioNel 1960, dopo la prima assoluta sullo Scoglio delle Aquile al Vettore con Ugo Capponi, Marco apre da solo la Florio sulla Nord del Corno Piccolo e con Maurizio la Florio-Calibani alla Est del Pizzo del Diavolo; sono del 1961, sempre con Maurizio, la prima ripetizione invernale della Iannetta al Paretone e la prima invernale della Gervasutti alla Punta dei Due e ancora, se non sbaglio, le prime ripetizioni della Moretti-Mainini al Gran Gendarme, della direttissima D’Armi alla parete Est e della Vagniluca-Cecchini al Castello sul Pizzo del Diavolo, infine della Jovane-Mario al 2° Pilastro sul Paretone; la loro cordata ripeterà ancora, specie al Gran Sasso, innumerevoli percorsi anche di difficoltà superiore, dalla via dei Pulpiti al Monolito allo spigolo della Crepa. Dunque nel 1960, e ancora nel ’61, non arrampico con Marco salvo che per la prima della Saladini-Florio, 1° ottobre ’61, ancora sul versante nord del Corno Piccolo: siccome non sembra e poi in effetti non è difficile, vado da primo su seconda e quarta tirata, intitolandomi per meriti di età, e anche perché lui non ne ha bisogno, un itinerario destinato a diventare classico nel ramo basse difficoltà.

Torniamo a legarci nei tre anni successivi, tra l’altro al Gran Sasso per la via a destra della Crepa e la prima della Gigino Barbizzi di nuovo sul versante Nord del Corno Piccolo, al Pizzo del Diavolo per la prima invernale alla punta Cichetti e sulla parete Est: io ormai stabilmente dietro.

Altro intervallo, anche perché a marzo ’66 mi rompo sciando, fino al 1968 quando Marco, in una con la cordata teramana guidata da Fernando Di Filippo, mi porta con Giancarlo Tosti sulla prima della Che Guevara, ancora inevitabilmente sulla nord del Corno Piccolo, e con Maurizio sullo Sperone SE al torrione Cambi, “molto duro per me” secondo i sinceri appunti di allora.

Compare per l’ultima volta sul mio quaderno il 22.3.1970: “con Alessio, Adelmo, Marco poi i Calibani da Campotosto alla Cima di mezzo sui Monti della Laghetta, in sci”.

Comincia a lavorare presto come operaio, maturando una netta coscienza anti-borghese che per quanto so lo accompagnerà tutta la vita; siccome intelligenza e voglia di fare non gli mancano, la CGIL lo tira presto fuori dalla fabbrica: sarà per anni sindacalista nel difficile settore dell’agricoltura.

florio al trofeo zilioliQuando lascia il sindacato fonda la Coosport e apre un punto vendita col dichiarato scopo di abbassare i prezzi degli articoli di montagna, e non solo, divenendo un importante punto di riferimento anche commerciale del piccolo mondo alpinistico ascolano. Si accentua in questo periodo il distacco dai vecchi compagni del GAP, ormai entrati a dirigere la Sezione CAI: Marco avvia o guida in montagna un gruppo di amici - Francesco e Federico Alessi, Dario Cannella, Luigi Castelli, Alberto Marfoli, Antonio Palermi, Claudio Sacripanti, Enrico Vallorani ed altri - coi quali apre a partire dal 1981 interessanti percorsi invernali: ne usciranno ottimi alpinisti, tra essi due istruttori nazionali.

Nel 1982 sale in solitaria la nord del Camicia, un’impresa di valore eccezionale sul piano psicologico prima che tecnico; Stanislao Pietrostefani (in “Monte Camicia, parete Nord” (vedi la sezione “la storia” di questo sito) commenta così la sua relazione (ivi): “nelle pagine seguenti emerge … il tranquillo e quasi beffardo racconto di Marco Florio, l’alpinista piceno noto per una attività alpinistica di primo ordine, ultratrentennale, ed ardite scale in solitaria. La sinistra, immane parete sembra sorpresa che un uomo l’affronti da solo, in estate, usando la becca di un martello da ghiaccio e scarponi e, per provviste, una grossa frittata …”.

E’ la foto di quella parete, col tracciato del suo itinerario, che i familiari pongono davanti alla bara di Marco nell’obitorio di Ascoli, dopo che un infarto l’ha stroncato durante una gita nei boschi sopra Acquasanta.

La guardo e rivedo il sorriso straordinariamente vivo e fiducioso di un ragazzo, tanti anni fa.

Francesco Saladini


Fotografie

  1. 1960 - Marco Florio sulla Est del Pizzo del Diavolo durante l’apertura della via Florio-Calibani
  2. 1959 - W.Bonatti al Lago di Pilato, Marco Florio alla sua destra, M.Calibani alla sinistra
  3. Marco alle Spalle negli anni’60
  4. Marco Florio (a destra) partecipa al Trofeo Zilioli (anni ’60)

 

Francesco Bachetti

1948 / 2004

bachetti, fanesi e altri al rifugioAlza gli occhi dal legno che sta lavorando e ti guarda come da dietro una barriera, non sai se di sofferenza o di sospetto. Comunque il sorriso contorto, a mezzo tra provocazione e richiesta di aiuto, comporta anzitutto questo messaggio: io sono diverso da te.

Una volta nello sguardo di Francesco c’erano solo allegria e calore, per gli amici e per le ragazze, un interesse vivo per la cultura politica e le lotte sindacali, una disponibilità infantile ed orgogliosa all’avventura.

Ma una volta tutti eravamo diversi.

In montagna la sua stagione inizia nel 1965, quando è allievo del corso di roccia del GAP, e dura pochi anni intensi di salite quasi subito impegnative come, nel 1967, la Gervasutti alla Punta dei Due: con un Marco Florio già grande ma che per l’occasione deve farsi prestare da altri, alla sella dei due Corni, i moschettoni che non ha.

Poi con Peppe Fanesi: nel giugno 67 la prima ripetizione della via Panza-Marsili alla Nord del Camicia (con una variante alta sul 5° +) e in due giorni consecutivi del settembre 68 una prima sulla Nord del Corno Piccolo (4° con tratti di 4° +) ed una sul pilastro centrale del Pizzo Intermesoli (4° + con passi di 5° +).

bachetti e fanesiAltre prime sul Corno Piccolo: nell’agosto del ‘67 con Federico Pagnini al torrione Aquila, nel settembre alla parete S.E. con Piero Piazza e Lucio Acciaccaferri; e di nuovo a Pizzo Intermesoli nel 1968, sul pilastro di centro.

In roccia è istintivo, elegante, veloce; sottostima spesso le sue salite perché il quinto non gli sembra poi così difficile; gli piace ed accetta solo ciò che è naturale, sincero; e a fine dicembre 71 raggiunge da solo, con gli sci e uno zaino da 40 chili, il rifugio Zilioli sul Vettore restandovi due giorni nella tormenta perché, scrive allora, “per me salire le montagne è la vita”. Nel 1971 è nella Turchia orientale, gruppo del Munzur, con la prima spedizione extraeuropea ascolana che sale 8 cime (4 probabilmente vergini) sopra i 3000 metri; poi sulle Alpi per Bianco, Rosa, spigolo Nord del Badile; nel luglio 1973 gira le Dolomiti da solo, nell’agosto arrampica ancora al Corno Piccolo da primo.

Ci pensa la città a spegnere quell’entusiasmo; e ci pensa duramente.

Francesco è del popolo e quindi di sinistra, come tutti o quasi nel Gruppo alpinisti piceni, ma anarchico più che di partito; quando a San Benedetto contesta, nell’aprile 1972, un comizio del MSI viene arrestato con altri: nei quattro mesi di carcere preventivo (ne avrà 8 in primo grado per turbativa di propaganda elettorale ma sarà assolto in appello) perde il lavoro appena trovato alla Manuli e comincia la sua rapida e terribile discesa agli inferi.

Cerca di riprendersi tornando in montagna, un incidente d’auto gli spappola un braccio: non si rialzerà più.

Da allora intaglia; sta male, molto, per anni, poi riprende a ragionare; ma il mondo un tempo così vasto e aperto è rinserrato ora nell’appartamento di via Sacconi ingombro di legni lavorati, nelle vie intorno a piazza, tra le mura del circolo anziani vicino al teatro.

bachetti in cima al corno piccoloPerò gli occhi tornano vivi quando ricorda: i compagni, i giorni della montagna, i passaggi e le difficoltà di ogni via; e sul comodino della sua ultima disastrata stanza lascerà in ordine solo le guide del Gran Sasso: tutte, fino alla più recente.

Lo cerchiamo, due anni fa, perché venga al primo raduno “vecchie glorie”: arriva troppo tardi, la domenica della neve.

Lo accoglie, quando è alla fine, una residenza assistita; è Pasquale, da Teramo, a dircelo, chiediamo, andiamo a trovarlo: sta male ma è lucido, sembra contento di vedere gente ma solo per pochi minuti; e lo stesso sguardo di prima fa capire che non è questione di conforto né, soprattutto, di pietà.

“In gioventù arrampicatore d’istinto e di valore, scrivono le sorelle sulla lapide, fedele per tutta la vita agli ideali di lotta e di giustizia, amato e rispettato da chi l’ha conosciuto anche nella sventura”.

Francesco Saladini


Fotografie

  1. Francesco in basso al centro, in alto Peppe e Carlo Fanesi
  2. Peppe e Francesco al rifugio Franchetti
  3. Francesco Bachetti sulla cima del Corno Piccolo (anni ’60)

 

Giancarlo Tosti

1949 / 2004

tosti e calibaniAl Gran Sasso, dove arrampica dagli ultimi anni 60, lega il suo nome alla via “Che Guevara” sul versante Nord del Corno Piccolo, salita nel 1968 dietro a Marco Florio, e sui Sibillini alla prima invernale dello spigolo N.E. del monte Bove, in realtà percorso negli stessi giorni del dicembre 1971 da più cordate ignare l’una dell’altra; mentre sui 4000 delle Alpi, che frequenta a più riprese, sale nel 1979 la cresta bianca al Bernina.

Nel frattempo, primo ascolano ad andare per tre volte fuori d’Europa con lo scopo di salire montagne, Giancarlo partecipa alla spedizione sezionale del 1970 al gruppo del Munzur nella Turchia orientale, che raggiunge 8 cime sopra i tremila, 4 delle quali probabilmente “vergini”; fa parte, nel 1972, della spedizione “Città di Ascoli” che tenta e vince i 6138 metri dell’M6 nell’Hindu Kush afgano; e nell’estate del 1975 sale le vette del Demavend (5681 m.) in Iran e dell’Ararat (5083, Turchia orientale) insieme con Dario Nanni.

Sino a quando può percorrerla, prima della malattia improvvisa e dell’ultimo doloroso anno di letto, la montagna resta per Giancarlo uno spazio di libertà al di fuori d’ogni prospettiva di gara o di moda, per il solo sempre rinnovato piacere del contatto con essa.

Francesco Saladini

 

 

 


Fotografie

  1. Giancarlo Tosti con Maurizio Calibani

 

Peppe (Giuseppe) Fanesi

1942 / 2000

fanesiUn capo-fila dell’arrampicata ascolana che entra a buon diritto nella storia alpinistica del Gran Sasso. E’ un ragazzo “del popolo” intelligente ed ironico, istintivo, orgoglioso e sincero, dalla incredibile carica umana e vitale. Entrato nell’ENEL come operaio, concilia il lavoro con lo studio conseguendo all’Istituto Industriale E.Fermi il diploma che gli permette di diventare tecnico: ricoprirà tale mansione per tutta la vita.

Trovano impiego nell’ENEL anche i nipoti Tito (che abbandonerà l’Ente per diventare Guida alpina) e Guido Ciarma, con i quali Peppe divide la passione per l’alpinismo. Comunista senza tentennamenti , è uno dei militanti più accesi della Sezione ascolana di Rifondazione: il Partito darà il suo nome e alla nuova sede aperta all’inizio del 2003.

Giovanna Forlini lo sposa nel 1968. Condividono la passione per la montagna e dalla loro unione nascono Sandro e Paola: Sandro sin da adolescente segue in montagna le orme del padre.

Arriva al Gran Sasso - primo camino a Nord della vetta,con Marco Florio - il 7 agosto 1960, ma già nel 1959 ha arrampicato sul Pizzo del Diavolo percorrendo la direttissima al colletto che con lo spigolo Bafile è e resterà tra le sue preferite.

Da allora è attivo nel gruppo per quarant’anni, salendo e aprendo vie quasi sempre su difficoltà superiori. Oltre a Marco, i suoi primi compagni di corda - non ne avrà mai ,o non a lungo, uno fisso - sono, tra altri, Giuliano Rapetta, Peppe Raggi e Ugo Capponi. Dal 1968 si legherà con l’amico Francesco Bachetti per alcune delle sue più belle salite.Più tardi, a partire dal corso di alpinismo del 1972 nel quale perde la vita Peppe Raggi, diviene il punto di riferimento e il fratello maggiore dei giovanissimi Alberico Alesi, Tiziano Cantalamessa,Mimmo Nardini, Stefano Pagnini e dei nipoti Tito e Guido Ciarma: un gruppo destinato a ridare vita e vigore all’alpinismo ascolano.

Tra le sue “prime” sul Gran Sasso vanno segnalate, nel 1968, la via Bachetti-Fanesi alla parete Nord del Corno Piccolo e la via Amighetti al terzo pilastro del Pizzo Intermesoli; altra via sulla stessa parete nel 1970 e, nel 1980, la via del Bastione al 5° pilastro. Né possono essere dimenticate la prima ripetizione, nel ‘67 e ancora con Francesco Bachetti, della via Panza-Muzii sulla parete Nord del Camicia, che salirà ancora nel ‘75 con Alberico Alesi, né il bello spigolo Sud della Vena di sant’Angelo alla montagna dei Fiori, né alcune prime e prime ripetizioni invernali al Pizzo del Diavolo e sul Gran Sasso. Sulle Alpi arrampica nei gruppi del Bianco , con amici ascolani e romani, e Della Aiguille Verte; sulle Dolomiti compie belle ascensioni in Brenta e nelle Pale di san Martino,ripetendo tra l’altro la via Buhl alla cima Canali.

fanesi in dolomitiNel 1972 partecipa alla spedizione Città di Ascoli che nell’Hindu Kush affronta l’inviolato M6 di 6138 metri: nel corso del penultimo tentativo, frustrato dal maltempo, attrezza interamente la parte centrale della salita, permettendo così la vittoria finale. L’amore per la montagna e la passione per l’arrampicata Peppe li esprime non solo in parete ma anche, e forse soprattutto, nell’insegnamento.

Dal 1961 è aiuto e poi istruttore nei corsi di roccia del Gruppo alpinisti piceni (GAP) nato nel 1958. Nel 1968 diviene Istruttore nazionale del CAI, il primo nelle Marche, e da allora dirige peroltre dieci anni tutti i corsi di arrampicata estiva e invernale della Scuola di alpinismo sezionale formando una intera generazione di alpinisti.

Il ragazzo beffardo è diventato un uomo e un maestro; e ci lascia , come non è dato a tutti, senza avere perduto né rigore né allegria.

 

Francesco Saladini


Fotografie

  1. Peppe Fanesi
  2. Peppe (a sinistra) in Dolomiti

 

Tiziano Cantalamessa

1956 / 1999

tizianoTiziano non è morto in montagna. Anche se caduto da una parete rocciosa nei pressi di Pioraco, lui il 12 maggio 1999 stava lavorando. E questo almeno gli ha risparmiato, da parte dei giornali, quegli odiosissimi titoli tipo “La montagna assassina”, “Tributo di sangue”, e via cazzeggiando. Sarebbe stato il primo a riderne, come abbiamo sempre fatto in altre occasioni. Ed a pensarci bene è consolatorio che uno come lui, con la sua lunghissima attività ai limiti superiori dell’alpinismo, ne sia uscito indenne. Per conto mio l’ho sempre saputo. Sarà che i nostri esordi alpinistici furono dominati dal mito di Walter Bonatti, “l’uomo che tornava sempre” ma io l’ho sempre accomunato a lui. Come Bonatti, Tiziano era sempre all’altezza delle difficoltà o degli imprevisti che incontrava. Dove gli altri si arrendevano sfiniti, lui cominciava appena a lottare. Mi è già capitato di dirlo: uno dei motivi per cui a volte preferivo non uscire con lui, con tutto l’affetto che gli riservavo, era perché la sua presenza “annullava i problemi”. Sembra assurdo a dirsi ma vi assicuro che era così che mi succedeva. Era talmente al di sopra delle difficoltà, che si andasse a ripetere una via, o a tentarne una nuova, da eliminare le probabilità di non riuscita, azzerando il senso di avventura e privandoti della possibilità di verificare le tue, di capacità. E questo qualsiasi posto occupasse in cordata, perché comunque, in caso di necessità, c’era lui.

Diciamolo senza alcuna remora: è stato il migliore. Intendo non solo il migliore tra i pur forti alpinisti che Ascoli abbia mai espresso, e l’impressionante elenco di salite (vedi Palmares pag. 81), sta li a dimostrarlo. Ma in assoluto il più forte alpinista del centro Italia. Lui, in quell’elenco, nelle 179 salite notevoli comprese tra il 1973, anno dell’inizio della sua attività, ed il 1999, anno della sua morte, compare ben 60 volte. Lo hanno già detto anche autorevoli penne dello spocchioso ambiente romano, e non vedo perché non possiamo ben dirlo noi, senza timore di essere tacciati di campanilismo. E che l’ambiente ascolano, la sezione del CAI, la sua Scuola di Alpinismo, abbia potuto esprimere un personaggio come Tiziano Cantalamessa, fa onore a tutti noi, dal semplice socio della sezione ai più attivi e forti arrampicatori. A Pioraco, nei pressi della parete da cui è caduto, è stata posta una targa che lo ricorda. Presiedevo la delegazione regionale del CAI, quando il presidente della sezione di Camerino mi chiese di voler intervenire alla cerimonia della sua posa. Gli spiegai che non potevo, che avrei tradito la sua memoria, perché Tiziano odiava, come me, la retorica delle lapidi commemorative, delle croci e degli altari sulle vette, dei simboli religiosi che troppo spesso si collocano in montagna.

Perché invece il suo, il nostro modo di concepire la montagna, e questa è forse un’ eredità di cui va dato atto all’ambiente della Scuola di allora, primi fra tutti Peppe Fanesi, poi il vecchio “Calibba”, era dissacratorio, scanzonato, allegro. Ok, è vero, anche la politica c’entrava, ma anche quella presa allegramente. C’era già la vita di tutti i giorni a richiedere serietà. In montagna no. Dopo la grande concentrazione necessaria in parete (“quanne sta’n’faccia a chille, n’ha da sentì nint”, diceva Pasquale Jannetti, guida alpina e gestore del rifugio Franchetti degli anni ’70), era tutto un prendersi per culo, tutta una gran risata. E le risate di Tiziano, come vedrete negli scritti che seguono, sono un motivo ricorrente nei ricordi di tutti coloro che lo hanno conosciuto. E’ così che vorrebbe sicuramente essere ricordato: mentre ride a crepapelle, magari davanti ad un buon bicchiere di vino.

Per fare il pezzo su Tiziano mi sono procurato gli articoli scritti da vari autori in occasione della sua morte. Mi sono accorto che il pezzo era lì, che forse era meglio non toccare niente, a parte qualche brano, perché il punto di vista degli altri, di quelli che l’hanno conosciuto al di fuori dell’ambiente ascolano è forse più obiettivo ed importante di quello degli amici cresciuti con lui.

I testi che seguonosono ripresi da ‘L’Appennino, trimestrale della Sezione di Roma del CAI, 1999, numero 1.

Alberico Alesi

Tiziano … un amico

di Massimo Marcheggiani

(...)

E’ stato esattamente 22 anni fa che Tiziano s’infilò nel mio mondo alpinistico … Cinque del mattino, giugno del ’77, una voce concitata viene a chiedere aiuto e tutto il rifugio Franchetti si sveglia. Arriviamo veloci alla base della est del Corno Piccolo e Tiziano sta lì, steso a terra immobile, dopo una caduta di una dozzina di metri. Muove solo gli occhi, quegli occhi che chiunque lo abbia conosciuto non avrà potuto non ammirare. Sono imploranti e sofferenti, è fortemente impaurito per una sospetta frattura alla colonna vertebrale. Dopo averlo imbarellato, lo portiamo a spalla a Prati di Tivo. Nel lungo e faticosissimo tragitto la tensione si allenta con una risata quando, nel suo dialetto ascolano, dice di averlo fatto apposta a cadere per avere l’onore di essere portato a spalla da un fuoriclasse dell’alpinismo: uno dei “portatori” era un ragazzino su cui si raccontavano leggende, Pierluigi Bini.

(...) Dopo l’incidente riprende a scalare con una passione sincera e viscerale, tanto da maturare l’idea di diventare Guida Alpina. Da allevatore a guida il passaggio non è certo facile e sicuramente impegnativo, ma dopo alcuni anni di vera fatica ci riesce e si trasferisce in città per vivere esclusivamente di montagna. Nella sua prima spedizione extraeuropea (in Patagonia, io e lui, da soli) riesco a percepire appieno la sua reale potenza mentale e fisica. In venti giorni riusciamo a fare quello che numerosissime spedizioni non hanno fatto con mesi di permanenza. Dopo aver scalato quasi tutto il pilastro Nord (via Casarotto), pochi giorni dopo riusciamo a scalare il Fitz Roy per la via franco-argentina, partendo e ritornando al Campo Base in 26 ore consecutive. Ma a parte l’aspetto tecnico, l’esperienza è stata per me un grandioso viaggio nell’uomo. Ho conosciuto un Tiziano di una ricchezza umana che mi era fino ad allora sfuggita, ho goduto della sua personalità genuina e fantasiosa, con lui ho riso come non ho mai riso in vita mia … l’apice fu durante una cena, ospiti di una buffa spedizione giapponese, dopo aver scalato il Fitz Roy. Ormai completamente rilassati cercavamo di parlare mischiando l’italiano con lo spagnolo e un po’ d’inglese, e ridevamo, ridevamo così tanto che siamo arrivati alla tenda rotolandoci per terra dalle risate, fino a farci venire un mal di pancia che non dimenticherò mai! … La Patagonia, mi diceva Tiziano, era la sua prima “vera” vacanza dopo una vita …


Fotografie

  1. Tiziano Cantalamessa

 

Pinetta Teodori

1933 / 1994

Sono passati 10 anni dalla morte improvvisa, ma in quelli che l’hanno conosciuta non si sono spenti né il ricordo né l’ammirazione per la sua vita piena e completa, dalla famiglia e dai tre figli amati e seguiti come pochi alla professione di pediatra ospedaliero, dall’impegno nella lotta clandestina contro il regime dei colonnelli in Grecia a quello sociale nella sezione ascolana, da lei fondata, dell’Associazione italiana per l’educazione demografica, dall’ospitalità nella villa dell’Annunziata all’alpinismo: ed è anche per questo che vale la pena ricordarla.

pinettaAllieva di un Corso di roccia della Sucai-Roma, partecipa nel 1958 alla prima ripetizione invernale della via del Canalino al Vettore, al termine della quale, dopo 12 ore di salita, muore Tito Zilioli; dallo stesso anno è istruttrice nei corsi e poi nella Scuola di alpinismo GAP Ascoli.

Arrampica quasi sempre da seconda, come è “normale” per l’epoca e per la città, sia sul Vettore (prima invernale alla cresta di Galluccio, prima ripetizione invernale della via GAP al Pizzo del Diavolo) che, dal 1958, sul Gran Sasso (vie delle palle, della crepa, Alletto-Cravino all’Orientale, Morandi alla Mitria, invernali al versante Nord del Corno Piccolo e altre).

Sulle Alpi sale per normali il Cervino (cresta del Leone), il Rosa, il Bianco, l’Aiguille du Moine, le Courtes (in traversata), la Punta Walker alle Jorasses, lo Zinalrothorn dal Trift, il Bernina, il Palù, il Polluce dal rifugio Mezzalama e il Bishorn, arrampica al Sella e al Sassolungo; fuori d’Italia raggiunge il Cinto in Corsica e il Pico della Maladeta sui Pirenei. Dal 1959 si dedica anche allo sci-alpinismo, prima sui Sibillini poi su Laga, Maiella, Parco d’Abruzzo e Gran Sasso (traversata alta ecc.), infine sulle Alpi (settimana del bacino D’Argentière, haute route Courmayeur-Zermatt, Gran Paradiso, Adamello, San Matteo, Cevedale, settimana delle Oztaler Alpen).

Il 9 agosto 1972, nell’ambito della spedizione “Città di Ascoli” in Hindu Kush, rimasta sola col marito per l’ultimo tentativo, vince dopo 13 ore di arrampicata i 6.138 metri dell’inviolata cima dell’M6: non si fermerà qui, ma è certo uno dei momenti irrepetibili della vita quello nel quale, asciugate la lagrime, lega sulla piccozza le bandierine italiana e afgana, le alza contro il cielo azzurro e cammina, per i pochi passi che la cima permette, nel silenzio assoluto dei seimila.

Di donne così non ce n’era molte, forse non ce n’è molte mai.

Francesco Saladini


Fotografie

  1. 1972 - Pinetta in cima all’M6

 

Fioravante Bucci

1912 / 1997

BucciBucci era operaio, fabbro, popolano dotato della beffarda e satireggiante furbizia dei poveri, salace nelle battute, appassionato del vino non per retorica ma per compagnia; s’era staccato già ben oltre i quarant’anni dal gruppo degli infaticabili camminatori della Montagna dei fiori per correre l’avventura della roccia, forse agevolato dalla presa d’acciaio che il mestiere gli aveva messo nelle mani, certo con l’entusiasmo di un giovane, da secondo ma seguendo gli amici più forti sino ai gradi allora superiori, facendo da pungolo e da portabandiera di un alpinismo, come quello ascolano degli anni ’60 e ’70, tanto scanzonato, bevereccio e goliardico quanto ricco di risultati: nel sorriso felice e anzi estatico della foto qui sopra, la stessa posta dai familiari sulla sua tomba a terra, il rapporto del vecchio Bucci con l’alpe c’è tutto.

Di lui ricordo due frasi celebri all’interno del Gruppo Alpinisti Piceni, il “glorioso” GAP. Avevamo copiato dalla Sucai Roma, con molto altro, l’uso di raccogliere relazioni scritte delle uscite alpinistiche o escursionistiche, che tutti i soci avevano l’obbligo di consegnare e che in effetti nei primi tempi fornirono diligentemente. Bucci, tra i fondatori del GAP, raggiungeva a volte una notevole anche se sgrammaticata forza descrittiva; e il meglio di sé lo dette certamente, lui dedito a Bacco, descrivendo l’arrivo alla fonte delle Ciàule sotto l’omonima sella del Vettore.

bucciC’è qui, scrisse, un’acqua limpida e fresca, che può servire da buon ristoro per una mediocre necessità. Tacito, se avesse amato il vino, non avrebbe espresso meglio un condiscendente disprezzo verso quel diverso e insipido elemento; io, comunque, ho riso poche volte come allora. Poco più tardi, nel 1961, all’interno del GAP si cominciò a parlare di un rientro nel CAI, possibile perché l’elezione di Domenico Massimi alla presidenza prometteva quella maggiore attenzione all’alpinismo che s’è poi verificata in termini insperati; Bucci era fermamente contrario al rientro che avrebbe, sosteneva con altri, ridotto il nostro spirito di corpo: ciò che poi – il ‘vecchio’ aveva visto giusto –inevitabilmente accadde. Perorando la causa della riunificazione, qualcuno osservò che se fossimo rimasti fuori ora che la Sezione era disposta a farsi invadere dalla nostra linea, i “caini” ci avrebbero a ragione guardato “per storto”.

Ricordo con precisione come nella piccola stanza del Palazzo del Popolo che ospitava la sede del GAP Bucci chiese la parola, si pose davanti al tavolo, traballò un attimo per motivi suoi, riprese l’equilibrio, si sporse in avanti a tracciare nell’aria una immaginaria diagonale e sprizzando una gioia maligna dagli occhi e dai baffetti neri sibilò: - E se loro ci guardano per storto ... ebbene noi li guarderemo di sbieco!

Una risata collettiva ruppe la tensione mentre l’oratore, concluso il fulminante intervento, tornava soddisfatto a sedersi.

Credo che di episodi come questi la sua storia sia ricchissima e che in particolare Claudio e Maurizio siano oggi in grado di raccontarli; potrebbe essere un buon modo per tratteggiare il ricordo di un personaggio caratteristico, allora, dell’alpinismo ascolano, al quale comunque tutti noi del GAP dobbiamo più di un mal di testa del giorno dopo. Mi auguro che trovino il tempo e la voglia di farlo. L’ascolano Middio Félix, compagno di Bucci in montagna e altrove, lo ricorda con la foto a sinistra, scattata a Pietracamela negli anni ’60 al termine di una giornata di intensa attività, e con la strofe, confermativa della caducità d’ogni cosa bella, entrata ormai a far parte integrante della famosa stornellata:

e possa fa la fine
c’ha fatte Bucci
che prima iava a litri
e mò va a quartucci ...

Francesco Saladini


Fotografie

  1. Fioravante Bucci alla cena sociale GAP del 12.2.60; a sinistra Claudio Perini, nascosto dalla mano il presidente Danilo Angelini
  2. Da sinistra: un paesano che nasconde Marco Florio, Bucci, Francesco Bachetti, Félix, Alfonsino Bianchini, Ugo Capponi (primo salitore con Peppe Raggi della Nord del Pizzo del Diavolo invernale), Tonino Ambrosi

 

Tito Zilioli

1934 / 1958

Se alla serata in ricordo di un ventiquattrenne scomparso mezzo secolo fa arrivano, riempiendo la sala o non riuscendo ad entrarci, diecine e diecine di persone, vecchi ma anche giovani, se la Sezione CAI prende l’occasione per solennizzare il cinquantennale della Scuola di alpinismo avviata anche per suo merito, se si piange e si applaude, se c’è un nipote che si presenta orgogliosamente con lo stesso nome, se alla fine ci si lascia a stento, vuol dire che quel ragazzo è significato qualcosa per la città.

Tito ZilioliE, nella specie, per l’alpinismo ad Ascoli.

Tito è un giovane robusto con una pronuncia appena blesa, viso regolare, occhi chiari, aspetto più normanno che latino, tanto che nell’agosto 1955, in tenda con Claudio sulla Maiella, viene scambiato per tedesco nell’osteria di uno di quei paesi distrutti dalla guerra, un equivoco chiarito appena in tempo. L’educazione familiare, il padre è ufficiale dell’esercito, e probabilmente la pratica del mezzofondo in atletica, gli hanno insegnato che la vita va conquistata, che ci si deve porre degli obiettivi e prepararsi per raggiungerli; dunque è serio, riflessivo ma anche deciso, entusiasta quando occorre. “Iscritto a diciannove anni all’Università di Macerata, scrivono gli amici del GAP nell’opuscolo commemorativo della primavera 1958, Tito trova tutto il significato, tutti i limiti della propria vita in Ascoli … ma, in Ascoli, non lo appaga la routine monotona e vuota degli incontri sfaccendati; qualcosa dentro di lui ha bisogno di un impegno maggiore, di un respiro più forte che lo prenda senza lasciare nessuna parte di sé alla sonnolenza e alla pigrizia provinciali … nel Circolo Universitario, di cui è Consigliere, l’incoerenza e l’assenteismo altrui lo fermano senza ferirlo; una via senza zone d’ombra e senza debolezze, se c’è, e dovunque sia, questo gli occorre; la cercherà, o dovrà costruirla; finirà con l’averla.

Intanto, segue i suoi studi con la serietà che mette in tutte le sue cose … il 30 marzo 1958, dopo cinque anni di università, non gli resta che un esame prima della tesi di laurea, già presa per giugno in diritto processuale penale. Con gli amici, degli esami racconta poco, e meno ancora parla di quello che farà dopo: non spreca parole, soltanto quando crede che il suo punto sia giusto lo sostiene fino in fondo, sino a renderne chiari gli ultimi particolari, e convinti gli interlocutori, e prima di tutto se stesso”. Ma non è, anche se riservato, affatto chiuso: subito dopo la sua morte una ragazza cerca Claudio, gli chiede se fossero legati insieme sul Canalino, gli svela commossa che ne era la fidanzata - mentre cinquanta anni, la sera della commemorazione, una diversa e ancora bella signora rivendica d’essere stata lei la corteggiata da Tito, dunque ancora più serio e gentiluomo di quanto lasciasse credere. Comincia ad andare in montagna nel 1953, o almeno è di quell’anno la prima foto che se ne ha, sulla neve della Montagna dei fiori. Nell’inverno 1954 partecipa al corso di sci tenuto per lo Sci-CUP K2 dal maestro Ernst Bertoldi di Bolzano; e lo sci occupa da qui in avanti tutte le sue domeniche invernali portandolo dalla Montagna dei Fiori a Forca Canapine e poi ai Prati di Tivo. Nel gennaio 1955 sale con Francesco Saladini al Vettore per la direttissima e, nell’estate, con lui e Gigi Gaspari al Gran Sasso, prima sul Corno Grande poi sul Piccolo per la Danesi.

Tito ZilioliA luglio e ancora ad agosto 1955 cerca di unirsi a cordate che salgono il Corno Piccolo per la cresta NE, ma non c’è posto per lui: e non perché non sia capace, se nell’autunno ripercorre tutte le vie della palestra ascolana del Dito del diavolo e ve ne apre una nuova. Nella prima estate del 1956 compie in 14 ore di marcia la traversata dei Sibillini da Momtemonaco ad Arquata per le creste della Sibilla e del Redentore; poi torna al Gran Sasso, “questa volta, riporta l’opuscolo, ad arrampicare sul serio”. L’8 luglio, infatti, sale da primo la Ciai-Pasquali con Ignazio Castellani e Claudio Perini e, da secondo, la via dei Triestini; in agosto si lega con Maurizio Calibani: dopo lo spigolo Bafile al Pizzo del Diavolo e il Primo camino a Nord della vetta sul Corno Piccolo, ambedue a comando alternato, è, il 9 settembre, la volta della Crepa.

Tito parte deciso ma, equivocando l’indicazione avuta da Fernando Di Filippo ancora nella parte bassa del Vallone delle cornacchie, punta ad un tetto sulla sinistra del diedro.

Non è la via giusta e le difficoltà superiori che subito incontra dovrebbero indurlo a desistere. Continua invece ad andare su, dieci, dodici metri: il desiderio di affrontare le difficoltà fino a raggiungere il proprio limite, questa molla primaria dell’alpinismo, continua anche quando quel limite è superato: Maurizio, che lo assicura ancora a terra, lo vede d’improvviso volare e precipitargli di schianto vicino, sui massi del Vallone; chiama aiuto, accorrono il dottor Muzii, lo stesso Fernando, altri; fortemente contuso in più punti, forse fratturato, in stato di shock, Tito però questa volta è salvo. Resta immobilizzato a letto per quasi un mese, ma già dopo pochi giorni spera, e scrive, “che sia il fisico che il morale mi permetteranno di ricominciare”. Nell’inverno riprende infatti la consueta attività sciistica e sci-alpinistica, compiendo tra l’altro, con amici di Ascoli e di Teramo, la traversata della Provvidenza da Campo Imperatore alla diga del Chiarino; e nell’estate del 1957 torna gradualmente ad arrampicare cominciando da secondo sulla cresta NE al Corno Piccolo e sulla Direttissima al Colletto del Gran Gendarme sul Pizzo del Diavolo per fare poi da primo la Chiaraviglio.

A luglio, nel corso di un campeggio ai Prati di Tivo con Fernando Di Filippo e altri amici di Teramo, compie diverse salite e tra queste la normale alle Spalle; continua poi da primo col Camino D’Armi alla Punta dei Due, la Ciai-Pasquali e il Primo camino a Nord della vetta: altro Camino d’Armi al Pizzo del Diavolo e ancora al Gran Sasso con la traversata delle tre Vette, la Valeria, la via dei Triestini. L’ultimo scorcio dell’estate lo vede da primo, al Pizzo del Diavolo, sulla direttissima al Colletto del Gran Gendarme: qui Maurizio gli scatta la foto che nel 1960 farà da copertina alla ‘Guida del Monte Vettore’ edita dal Gruppo Alpinisti Piceni con la dedica “a Tito Zilioli, compagno indimenticabile”. Nell’inverno, a gennaio 1958, Tito è con gli sci sulla Sibilla, in una giornata di bufera, e al Vettore traversando poi il Pian Piccolo per raggiungere Forca Canapine.

Guida VettoreTito è tra i giovani che concludendo la festosa e disorganica fase iniziale dell’arrampicamento ascolano avviata da Tullio Pallotta subito dopo la guerra, chiedono alla Sezione CAI di aprirsi all’alpinismo: ora si può cominciare sul serio, c’è un gruppo di primi di cordata abbastanza numeroso per la città, l’entusiasmo non manca, i rapporti avviati con la Sucai Roma garantiscono un minimo di base scientifica e organizzativa; tanto che al rifiuto dell’assemblea dell’11 febbraio 1958 segue immediatamente, il giorno appresso, la costituzione del Gruppo alpinisti piceni; e lui, che tra quei giovani è senza dubbio il più capace tecnicamente – è in realtà il primo ascolano a condurre in montagna su difficoltà superiori - ne è ovviamente il segretario. Per poco più di un mese e mezzo, il tempo per una gita sociale al Vettore in un giorno sereno e freddo di metà febbraio, l’ultima salita dalla quale potrà tornare.

Il 30 marzo 1958 Tito compie con Pinetta Teodori, Claudio Perini e Francesco Saladini, la prima ripetizione invernale della via del canalino al Vettore. E’ con l’emozione della perdita ancora viva che i suoi amici scrivono, per l’opuscolo commemorativo pubblicato dal GAP, il resoconto qui riportato quasi integralmente. “Quando ci troviamo tutti e quattro riuniti per la partenza è ancora notte fonda. Sono appena le tre antimeridiane: orario da ascensione seria. E per noi è molto importante, questa direttissima, una di quelle salite che si mettono in preventivo molto prima, con la quale si può chiudere degnamente una stagione invernale. La piccola macchina ronza sull’asfalto, tuffandosi di tanto in tanto nella bassa nebbia di valle. Parliamo delle cose di ogni giorno col pensiero lassù, alla montagna; le piccozze tintinnano allegramente, sembrano scandire il ritmo della nostra impazienza. Passano case, paesi addormentati sotto una indistruttibile quiete; ai margini del bosco la neve ci arresta, scendiamo: il Vettore ci mostra le sue altezze senza stelle: d’ora in avanti solo il nostro breve coraggio contro la sua immobilità silenziosa. Tito solleva il volto deciso e sereno verso la parete: “Si farà”, dice semplicemente. Sono le cinque. Sul dosso che si inerpica verso la fascia rocciosa il cerchio bianco della torcia elettrica ballonzola tra i giovani abeti del rimboschimento. Vicino, un torrente precipita a valle con fragore continuo; nessuna ha più voglia di parlare, questi momenti sono presi da pensieri ondeggianti, da ricordi, da immagini; per oggetto, la via da affrontare. E’ chiaro che non sarà facile, oggi; tuttavia sarà nostra. Anche ora, come sempre, è soprattutto la coscienza della presenza di Tito, forte e silenziosa, che non lascia alcun dubbio sulla buona riuscita dell’impresa. Lo ha detto lui, la faremo.

TitoLa torcia elettrica non serve già più. E’ giorno, con la luce tutto ritorna alle proporzioni di una realtà chiara ed immutabile. Si individuano i canali, i passaggi, si percorre la via più volte con gli occhi e con la mente. La direttissima è qui davanti a noi, ripida e bianca: la notte non l’ha cancellata per sempre. Nel canale che porta quasi fino all’inizio del colatoio tiriamo fuori le corde, ci leghiamo. L’operazione, benché usuale, restituisce anche adesso, come sempre, ai gesti la solennità di un rito denso di significato: ora le nostre azioni entrano in una dimensione sconosciuta alla vita di tutti i giorni. D’0ra in avanti non ci saranno persone e volontà distinte ma la cordata che le somma e le coordina tutte per ogni attimo della salita; poiché ognuno è indispensabile, ognuno è parte di quel meccanismo che ha bisogno di funzionare in ogni suo elemento per arrivare in cima.

Sotto il primo fronte di roccia ci fermiamo; la neve a ridosso della parete ha formato una profonda trincea nella quale è possibile riunirsi. Parte Tito per la prima tirata affondando e facendosi largo a colpi di piccozza. E’ felice: mentre ‘sfanga’ come uno spazzaneve ride rivolgendoci parole scherzose, poi scompare dietro le rocce, su per il camino ingombro di neve. Da qui, la salita non ci darà respiro. Va su Claudio per la seconda tirata, poi Francesco seguito da Pinetta, che sale senza il minimo impaccio. Comincia a nevicare lentamente, la montagna prende a difendersi. Un sibilo insidioso: alla nostra sinistra una slavina va giù velocemente per il colatoio appena percorso. Poco dopo ne cade un’altra, rombando a cascata per un salto verticale di roccia e perdendosi laggiù, verso valle; anche il vento comincia a levarsi, raffiche ci sferzano da ogni parte avvolgendoci in turbini di neve”.

Nell’imbuto sopra il camino le due cordate si riuniscono, piegano a destra per raggiungere una crestina; Tito, davanti, resta fermo a lungo, senza motivo apparente, a metà di un canale, nella neve fino alle anche; fa freddissimo, è pericoloso aspettare ancora, Francesco lo raggiunge, gli chiede, viene rassicurato, lo supera, Tito quasi subito lo segue: è forse l’avvio della tragedia, ma come saperlo? “Ogni tirata di corda un’ora; ma ormai non piegheremo. Dopo l’ultima, di Tito, una linea indistinta, forse solo un’idea: è la cresta ! Gridiamo il nostro hurrà più forte della tormenta, ci congratuliamo a vicenda, ridendo.

Non è ancora finita: sul crinale, la violenza del vento aumenta, diventa inaudita: le corde gelate che ci uniscono sembrano animarsi, rabbrividire sotto il soffio della bufera. La visibilità è nulla, gli abiti non sono altro che rigide acconciature di cartapesta incrostate di ghiaccio. Pare che la montagna non voglia rassegnarsi; d’un tratto un vento impossibile ci ferma, ci inginocchia; Francesco si volta per prendere fiato, scorge un palmo quadrato di metallo rosso incastrato nella neve, urla, ci raggruppiamo tutti. Sono le diciassette, siamo in vetta.

Dall’inizio della salita sono trascorse dodici ore. La sosta è di pochi secondi. Ci precipitiamo verso la sella, la tormenta diminuisce un po’, raggiungiamo in fretta la terrazza che sovrasta la fonte, tagliamo a destra verso Vettoretto. La visibilità, prima migliorata, diminuisce di nuovo: Tito, da ultimo, rallenta un pò la discesa. A Claudio, che gli chiede se stia male, dice di no, di avere fame. Ci fermiamo, ci raggruppiamo per aprire i sacchi, risponde con qualche difficoltà alle nostre domande asserendo di avere le labbra gonfie per il freddo. Riprendiamo il cammino, prima in piano poi in discesa, senza avere la certezza di stare sulla strada giusta. Infatti, ad una schiarita, vediamo molto sotto di noi il Pian Piccolo. Bisognerà tagliare a sinistra per raggiungere lo stazzo Petrucci. Tito mostra maggiori difficoltà nel camminare; Claudio, che gli è più vicino, lo incita, lo aspetta, infine lo aiuta tirando la corda. Pensiamo ancora che sia stanco.

Alle diciannove, centocinquanta metri di pendio da traversare in diagonale ci separano dallo stazzo. Tito è sempre più spesso fermo, non risponde agli incitamenti, i suoi occhi hanno una fissità strana. Claudio e Francesco lo raggiungono insieme più volte, lo aiutano sostenendolo, cercando di tirarlo. Ma egli chiede che non lo si tiri: “Lasciatemi”, dice, oppure “Che fate? Perché state qui?”. Evidentemente le sue possibilità di intendere e reagire sono molto alterate. Bisogna prenderlo per le braccia, portarlo; data la stanchezza questo è possibile solo per brevi tratti; Francesco gli ha tolto la piccozza, piantandola nella neve: rimarrà lassù. La notte sta scendendo; alle diciannove e trenta siamo a cinquanta metri dallo stazzo, occorre sbrigarsi; se Tito sta male l’unica possibilità di soccorso è a valle.

Adesso, a lasciarlo si abbatte sulla neve, senza conoscenza; Pinetta lo guarda, lo ascolta respirare; è sconvolta e dice con voce rotta che sta per morire. ” E’ lei, con la sua recente laurea in medicina, a rendersene conto per prima: unica donna del gruppo, ha solo qualche esperienza di escursionismo, certo non di ascensioni invernali: ma s’è comportata benissimo sin qui e ora regge la parte che la tragedia le assegna. “Lo trasciniamo ancora; infine siamo allo stazzo, a quota 2053 di Prato Pulito; qui si può adagiarlo sulla neve; il respiro è affannoso, intermittente, gli occhi non vedono più; intorno è buio, neve, freddo. Ci facciamo intorno a lui cercando di massaggiarlo, di scaldarlo in qualche modo. Francesco chiede a Pinetta di sentirlo ancora; si china: “Non respira”, dice. Ne ascolta il cuore, il polso.

Si rialza. E’ finito. Sono circa le venti del 30 marzo 1958. ” I compagni gli legano una corda intorno ai piedi, lo trascinano così, nel buio della notte, sino alla base del canale, lo lasciano dove la neve termina, a 1400 metri circa; portarne il corpo a spalla è impensabile. “Gli poniamo il suo sacco sotto la testa. Non c’è altro da fare. Scendiamo a Pretare, alle 22,30 siamo in paese. L’ascensione è terminata. Per Tito si concluderà l’indomani mattina, quando sette uomini della valle ed un Carabiniere lo porteranno steso su una barella di frasche nella chiesa del cimitero e sarà per tutti, e soltanto, un uomo di montagna, caduto in montagna”.

Insieme alla sua passione per la montagna, all’essere stato in un periodo cruciale il più capace del gruppo, all’avere svolto un ruolo primario nella nascita ad Ascoli dell’alpinismo come fatto sociale, sono certamente le qualità umane di Tito ed infine la tragedia che lo uccide, la prima, che scuote una città ancora ignara della bellezza e del rischio di uno sport tanto amato da divenire scelta di vita e di morte, a far si che mezzo secolo dopo la sala della libreria Rinascita si riempia di commozione e di applausi.

Come poche volte accade; come accade quando si ricordano i migliori.

Francesco Saladini


Fotografie

  1. 1956 - Tito Zilioli durante la traversata Montemonaco-Arquata
  2. 1956 - Tito Zilioli (Vene Rosse, Montagna dei Fiori)
  3. 1968 - Guida del monte Vettore realizzata dal GAP. In copertina Tito sulla Direttissima al Colletto
  4. 1956 - Tito sulla prima tirata della via dei Triestini (G. Sasso)

 

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