Alpinismo

Quel fuoco dentro…

Racconto di una salita

Era il 16 Agosto 1998 eravamo con la scuola di alpinismo ad un “accantonamento” di una settimana su roccia in dolomiti.

Sotto le pareti del bellissimo Catinaccio dopo cena al rifugio eravamo tutti un po’ brilli e stavamo organizzandoci per le salite dell’indomani.

Ci fu un battibecco tra me, nuovo entrato, ed un altro istruttore sulla consultazione di una guida di arrampicata, così abbastanza arrabbiato mi alzai e me ne comprai una identica, mettendomi con attenzione a guardare l’elenco delle vie più belle… e l’occhio mi cadde sulla Steger.

Una via classica, storica ricca di significato, una linea pressoché diritta e verticale molto estetica.

Chiesi informazioni anche a Tonino, mi disse che era una bella via e che sarei stato all’altezza…

Questo, detto da un alpinista di esperienza come lui, mi tranquillizzò.

A fianco a me c’era qualcuno che con lo sguardo mi diceva “ma dove vuoi andare, ma lascia perdere”…

Fu la miccia che si accese dentro di me…

Avevo deciso, dovevo solo scegliere i compagni di cordata…

Quando dichiarai i miei ambiziosi obbiettivi (la via era lunga 600 metri con difficoltà fino al VI+) ci fu un breve silenzio che mi sembrò durare una vita, i miei occhi incrociarono quelli di Enrico che per un attimo li abbassò… subito dopo li puntò dritti nei miei e con un bicchierino di grappa in mano mi disse si…

Era per me un si carico di tante cose… soprattutto una gran fiducia in me che non ero espertissimo di montagna, in fondo erano solo sette anni che praticavo alpinismo su roccia!

Proponemmo la cosa anche a Lino che fece una battuta come a dire “siamo sicuri?” io confermai con un sorriso e subito si aggregò.

Ci svegliammo all’alba, mi sentivo molto bene e carico, c’era “solo” il problema della meteo che non prometteva bene, infatti diversi di noi optarono per vie più brevi e meno impegnative… io no.

Avevo un fuoco dentro che mi bruciava e che sapevo si sarebbe placato solo in cima a quella vetta…

Ci incamminammo verso l’attacco, spediti e decisi, talmente decisi che il primo tiro di III/IV grado lo facemmo sciolti! Poi ci legammo e partii io, gli accordi erano che io avrei tirato i primi 200 mt. che erano i più sostenuti, i secondi toccavano a Enrico e gli ultimi 200 mt. a Lino.

La roccia era buona, c’erano molte protezioni per essere una via alpinistica, mi ricordo che ogni tanto ne saltavo qualcuna letteralmente correndo… Enrico disse poi che ero come in uno stato di trance! Ad un certo punto su un traverso c’era un passo di VI+ ed Enrico con lo zaino in spalla non ce la fece, gli riuscì invece un gran bel pendolo nel vuoto accompagnato da un urlo di paura! L’esposizione era assoluta, il tempo stava cambiando…

Alle soste senza perdere tempo recuperavo le corde a veloci bracciate come se dovessi vincere il campionato mondiale di recupero della corda! Facevo venire su i miei compagni e velocemente ripartivo dopo essermi ripreso il materiale utile, e così via fino alla fine dei primi duecento metri iniziali. Lì dovemmo prendere una decisione cruciale: continuare nonostante il tempo stesse peggiorando o battere in ritirata come l’esperienza e il buon senso avrebbero consigliato.

Ci consultammo velocemente e convinsi i miei due compagni a continuare, a patto che mi lasciassero proseguire da capocordata, per l’ennesima volta mi diedero fiducia e ormai quel fuoco dentro di me era un incendio…

Proseguii ancora più veloce visto che le difficoltà ora erano più abbordabili e arrivammo a due terzi della salita, cominciò a piovere…

Fortunatamente non era una pioggia battente, o almeno così mi sembrò, e nonostante la roccia bagnata e il freddo che provava ad entrarmi nelle ossa mi sentivo in uno stato di piena concentrazione, sicuro di me, ora il mio obbiettivo era portare fuori di lì i miei compagni che mi erano venuti dietro fidandosi!

Ricordo in particolare un tiro in diagonale ascendente verso destra con passaggi di aderenza di V grado su roccia bagnata, e sotto una pioggia continua, in un altro momento mi avrebbe messo in seria difficoltà ma quella volta… quella volta c’era quel fuoco dentro…

Tranquillo e sicuro andai verso la vetta, verso la salvezza e arrivato in cima ero contento ma ancora concentrato… dovevamo riscendere e la pioggia era aumentata con tuoni sempre più vicini.

Feci salire Enrico e mentre stavamo recuperando Lino un fragore come una bomba ci colse all’improvviso… un fulmine! Sassi scagliati al cielo e un forte odore di zolfo, ci rialzammo eravamo illesi, il fulmine era caduto sulla nostra cresta ma dall’altra parte dove la cresta ridiscendeva dalla cima a cento o duecento metri in linea d’aria da noi.

Recuperammo velocemente Lino, e io davanti mi diressi verso la sommità di quella cresta per poi ridiscendere dal lato opposto.

gruppoMi sentivo strano, pensai fosse l’agitazione, ma mi resi conto che i miei capelli con le sopracciglia e le ciglia erano ritti e che sul mio maglione c’erano delle scintille!!! L’aria era ancora carica, mi sentivo nel mirino di un fulmine…

Fermai subito Enrico e Lino e di corsa riscendemmo indietro per perdere quota, ci togliemmo le ferraglie di dosso e aspettammo… dopo una mezzora riprovammo a salire, l’elettricità non c’era più continuammo fino ad una doppia da fare sull’altro versante e mi ricordo che, come per miracolo, smise di piovere e si squarciarono le nuvole lasciando il posto ad un Sole che più caldo di così non lo avevo mai sentito! Era come se fossi rinato di nuovo, ed anche i miei compagni cambiarono subito d’umore. Una lieve ma sempre più frizzante euforia ci prese e scesi alla base della parete ci abbracciammo forte e forse, se ricordo bene, qualcuno di noi pianse…

Tornammo al rifugio e girando l’angolo trovammo tutti i nostri compagni ad aspettarci fuori preoccupati, sbottarono in un urlo liberatorio e qualcuno di loro ci fece una foto…

Io sulle spalle di Lino Hulk Marini ancora con l’imbraco addosso con tanto di zaino alle spalle che teneva me con le corde in spalla e le dita aperte in segno di vittoria, a fianco a noi Enrico Vallorani con uno dei suoi sorrisi infiniti e con un fazzoletto rosso al collo…

Quella foto con le loro firme è ancora appesa in camera mia…

Francesco Rapicano


Fotografie

  1. Un trionfante Francesco Rapicano sulle spalle di Lino Marini. Enrico Vallorani sulla destra.

 

Cronaca semi-fedele di un esame IA

Venerdì 12 gennaio, Primo Giorno: la Didattica.

Alle pendici del Monte Vettore, i convenuti - Istruttori e Allievi del Centro Sud per una latitudine compresa tra Perugia e Palermo - presagiscono le pessime condizioni di innevamento dal tipo abbronzato con un secchio in mano che sul valico di Forca di Presta urla “cocco, cocco bello”. In compenso, il Rifugio degli Alpini, debitamente prenotato pagato e confermato, è chiuso.

Il gruppo si trasferisce in Valle Santa, dove lo Scoglio dell’Aquila è muto testimone di un’epica simulazione di Lotta con l’Alpe: su una lingua di neve opportunamente spalata e ammucchiata lungo un pendio puntecchiato di narcisi e nontiscordardime, muniti di equipaggiamento completo per temperature e difficoltà estreme, Istruttori e Allievi si producono senza risparmio in acrobatici tuffi nella neve. Il Brillante Allievo Adriano sbalordisce tutti con il suo “autoarresto carpiato con avvitamento”. Bene inzuppati, gli Allievi vengono quindi trasferiti alla base del Sasso Spaccato, un bastione di roccia compatta in ambiente isolato, per la seconda simulazione della giornata.

Il Brillante Allievo Adriano sorprende tutti con una impeccabile dimostrazione pratica di quarantasette tecniche di piolet traction (leggermente umiliati, i Direttori Palermi decidono che il Brillante Allievo Adriano comincia a rompere i coglioni). Alle tre del pomeriggio, inzuppati e sporchi, tutti accolgono con calorose espressioni l’arrivo del Gestore Gino, che esibisce un aspetto ben riposato e risponde con coloriti epiteti romaneschi. Inzuppata, sporca e affamata, la comitiva prende finalmente possesso delle camerate. Dabbasso li attende l’eminente Valangologo Mainini, che termina fra gli applausi la sua conferenza di quattro ore sulla conclusione, frutto di una esperienza quarantennale, che alle valanghe è meglio restare sopra piuttosto che sotto.

Zuppi, sporchi, affamati e rimbambiti, gli Allievi affrontano i quiz del test di intelligenza, redatto da un’equipe di ricercatori romani (“Si possono mandare i messaggini con l’arva?”). La cena si consuma in un clima di allegro cameratismo con gli Istruttori, che per sciogliere la tensione intrattengono gli Allievi con episodi di incidenti mortali e sonore bocciature. In un momento di confusione, l’Allievo Lino prende in consegna l’intera riserva di grappe del locale. Per il maggior comfort dei suoi ospiti, nottetempo il Gestore Gino porta la temperatura delle camerate a 40 C.

Sabato 13 gennaio, Secondo Giorno: l’Ascensione.

Sconvolto fin dalla sera precedente dall’apparizione della gigantesca mole dell’Istruttore Lattavo, un Allievo non è presente all’appello mattutino.

Nel corpo docente, su un iniziale approccio di filosofico distacco e rispetto della privacy (“cazzi suoi”) prevalgono le ragioni umanitarie: con piglio pragmatico, il Sergente Furiere Cotichelli rintraccia il nascondiglio del disertore grazie a una delazione (il delatore viene promosso Istruttore seduta stante), vi fa irruzione all’alba e, sigillato l’evaso dentro l’imbrago, lo trascina su una cresta del Monte Bicco sufficientemente ventosa da fargli rimpiangere di non essere fuggito per tempo nella natia Perugia.

Fin dalle quattro del mattino il Direttore Leggi saltella nella fitta nebbia piovigginosa, si frega le mani per le ideali condizioni meteorologiche, quindi - per non lasciare tempo materiale a eventuali sommosse - trascina di buon’ora alcuni malcapitati nel pieno della parete Nord del Monte Bove. Lungo la Maurizi-Taddei, via logica ed evidente (600 mt di dislivello, 2400 mt di sviluppo), i malcapitati vengono obbligati a praticare la sua originale versione del dry tooling ed assistono impotenti al suo altrettanto originale sistema di protezione dentro i camini (“passami la corda filante”).

Nel frattempo, altre cordate hanno già fatto rientro dal Monte Vettore, in un clima di generale delusione per la riuscita della salita del Canale Nord di Cima Lago, malgrado gli sforzi profusi con generosità e inventiva sotto la supervisione dei Direttori Palermi per creare le più inverosimili situazioni di pericolo (protezione da primo a secondo con secchiello e paletta; legatura alla corda con doppio fiocco).

I reduci vengono accolti nel rifugio dal Tenente degli alpini Lupi, che li intrattiene con una dotta lezione sull’alpinismo invernale dal Pleistocene fino agli anni Ottanta ma senza considerare gli anni dispari e bisestili, per ovvie ragioni di correttezza storiografica. Una rigorosa esposizione di nomi e date corredata da una proiezione convince in modo inoppugnabile il pubblico entusiasta che le pagine più sublimi della storia dell’alpinismo d’inverno sono state vergate da Walter Bonatti (parete Nord del Cervino) e da almeno due dozzine di alpinisti, tutti ascolani.

La Guida Alpina Franchino conferma con numerose testimonianze personali, il Direttore Leggi protesta energicamente contro la manifesta faziosità del relatore, poco edificante per gli Allievi, e propone di menzionare almeno otto alpinisti maceratesi in luogo di Bonatti. Siglato l’accordo - e poiché il Gestore Gino, poco sensibile all’aspetto culturale della serata, ha ficcato nel camino schermo e proiettore per servire la cena - la lezione di storia si conclude in una ovazione.

Dopo cena, l’Allievo Lino nega di avere visto le bottiglie di grappa e continua con noncuranza ad accendersi le numerose sigarette con l’alito. Molto impressionato dalla rigidezza del clima esterno, nottetempo il Gestore Gino porta la temperatura delle camerate a 80 °C.

Domenica 14 gennaio, Terzo Giorno: Il Verdetto.

paolaGli Allievi vengono sbrandati alle sette dal Direttore Leggi, stufo di saltellare dalle quattro nella tormenta a meno quindici gradi e contrariato per il fatto di non poter trascinare nessuno sulla Maurizi-Taddei, malgrado le ideali condizioni meteorologiche.

Allo scopo di scongiurare nuove diserzioni, porte e finestre del rifugio vengono sprangate. L’Istruttore Lattavo dà una dimostrazione pratica del paranco “Vanzo” con piastrina – barcaiolo - spezzone ausiliario - cordino con rami multipli – dodici autobloccanti - un robeman - nodi a palla, che presenta l’indubbio vantaggio di una facile e rapida esecuzione (il caduto deve collaborare, se non preferisce restare dentro il crepaccio. Subito dopo, gli Allievi vengono suddivisi in gruppi e interrogati su argomenti più o meno pertinenti all’alpinismo invernale (“come si fanno le orecchie di coniglio con la corda? Qual è il verso della giraffa?”). Gli Istruttori si riuniscono in seduta segreta. Dopo un pranzo frugale consumato nell’angoscia (pastasciutta carne mista alla brace insalata patate dolce caffè ammazzacaffè), gli Allievi vengono chiamati uno alla volta al cospetto della Commissione.

L’Allieva Romanucci viene redarguita per non aver risposto in latino alle domande.

L’Allievo Lino viene redarguito per non aver risposto in italiano intelligibile alle domande.

L’Allievo Fabrice viene redarguito per non aver risposto alle domande (“ma chemminchia me ne frega della piolet, io sto a Palermo”).

Il Brillante Allievo Adriano viene redarguito per aver risposto a tutte le domande e aver fatto anche numerosi disegni esplicativi non richiesti.

Il Sergente Balerna viene redarguito per aver fatto a tutti troppe domande.

Alla fine tutti gli Allievi vengono promossi, ma qualcuno deve ripassare bene il doppio fiocco e qualcun altro deve pagare tutta la grappa al Gestore Gino, che pulisce meticolosamente la canna del fucile.

Sulla strada del ritorno l’Istruttore Ares, impedito dalla tormenta nei suoi progetti alpinistici, si consola con emozionanti testa-coda sui tornanti ghiacciati, e riparte sgommando.

* (L’Autrice tiene a precisare che tutti i fatti e i personaggi narrati sono quasi rigorosamente veri)

Paola Romanucci


Fotografie

  1. Paola Romanucci sul granito di White horses (USA)

 

La Scuola di alpinismo e l’arrampicata sportiva

Non è per niente scontato che chi ama andare in montagna desideri pure che altri lo facciano. Non è per niente scontato che chi ha la passione per la scalata desideri insegnare ad altri come si fa. Anzi, tra gli alpinisti, come anche in me stesso, ho spesso notato il desiderio di conservare gelosamente l’abilità di salire le montagne, di preservarla come una preziosa capacità riservata a pochi coraggiosi. Meglio in pochi, non solo perché le montagne e i luoghi d’arrampicata sono più belli quando c’è poca gente, ma anche perché alpinista è una donna o un uomo fuori dal comune e non si capisce perché debba rinunciare a questa sua esclusiva particolarità per rendere comune e banale ciò che costituisce un’identità originale. La solita disputa tra montagna per pochi o montagna per molti.

La domanda che oggi mi pongo è: perché lavorare, da volontari, in una scuola di alpinismo? Naturalmente non ho una risposta, a parte la gratificazione narcisistica del sentirsi “istruttori”. Ho avuto la fortuna di iniziare ad arrampicare in un momento, per così dire, di intersezione: mi hanno insegnato la scalata Peppe Fanesi, Stefano Pagnini e altri “vecchi”, ma ho avuto un gruppo di coetanei (a parte gli uomini senza età come Tonino Palermi, Direttore ab aeterno della Scuola), con cui esercitare le nuove tecniche dell’arrampicata sportiva.

Una pura contingenza, una fortuna forse, che ha fatto sì che i giovanissimi introducessero le novità senza provocare scontri. Sicché dai vecchi credo che abbiamo ereditato una filosofia molto forte secondo la quale a scalare si va “insieme”. Non solo, perché abbiamo iniziato ad osservare già nei vecchi il gusto per la competizione, quel gusto, quasi un’esigenza, che obbligava a creare un gruppo allegro e giocoso ed allo stesso tempo organizzarlo stabilendo al suo interno una gerarchia definita sulla base di un solo criterio: la bravura nell’arrampicata.

Durante le discussioni si prestava maggiore attenzione alle parole dei “forti”, come se l’abilità alpinistica dovesse tradursi necessariamente in autorità intellettuale. Certo, questo mio modo di osservare i modi degli alpinisti deve essere stato influenzato da Peppe Fanesi, e nella Scuola, all’epoca del mio ingresso, funzionava ancora così. Oggi le cose sono cambiate e di “forti” non ce ne sono più: è finalmente l’epoca del divertimento, quella che ha avuto inizio con noi giovanissimi.

Cristian Muscelli

L’ideale della montagna

Sono contento che Tonino mi abbia chiesto di scrivere qualcosa sulla nostra scuola di alpinismo, quella scuola che negli anni settanta/ottanta ha prodotto molto, pur consumandosi in liti e divisioni poi faticosamente ricucite. In fondo mi piace l’idea di fermarmi a riflettere un poco su ciò che quella scuola ha rappresentato per me e per quanti l’hanno conosciuta. Ma più che riflettere ora devo sforzarmi di non annegare nella deriva dei ricordi che, sicuramente, influenzerebbero il mio pensiero…

Immancabilmente ingenui, in quegli anni, abbiamo lavorato per trasformare uno strumento tarato per forgiare uomini di montagna in una sorgente di stimoli, sensazioni, idee, dalla quale, per mezzo di corsi più o meno coerenti ed organizzati, uscivano animali capaci di fiutare la montagna, capaci di una percezione intellettuale della montagna, capaci di coglierne gli aspetti che sono al di là del dato sensibile comune ai più. E, strano a credersi, siamo davvero riusciti nel nostro intento forse perché, seppure estremamente dubbiosi, pensavamo che in quella percezione intellettuale risiedeva la realtà della montagna e quella percezione era alimento per il pensiero.

In realtà, a quel tempo, io tutto questo non lo sapevo e forse non ero il solo a non saperlo, di certo, però, tutti lo sentivamo dentro e quel sentire era così forte, netto e preciso che, malgrado litigi e divisioni, la scuola in quegli anni oltre ad infondere negli allievi le basi teoriche dell’andare in montagna e ad ispirare il gesto tecnico, è stata capace di trasmettere loro l’ideale della montagna, perché, e mi ripeto, seppur inconsciamente, sapevamo della necessità di avere una visione capace di legare il vissuto e le speranze di ciascuno di noi in un discorso compiuto in grado di trascendere le esperienze personali e collocarci all’interno di un progetto più ampio.

Erano quelli anni pieni di speranze, anni in cui si teorizzavano dinamiche di trasformazione politico-sociale che avrebbero portato ad un mutamento improvviso e profondo, alla rottura di un modello, al sorgere di un nuovo mondo in cui noi ci preparavamo a vivere.

Non è andata così, peccato.
“Dov’è il vecchio violinista Jones
che giocò con la vita per tutti i novant’anni,
sfidando il nevischio a petto nudo,
bevendo, chiassando, non pensando né a moglie né a famiglia,
né all’oro, né all’amore, né al Cielo?”

Edgar Lee Masters

Stefano Pagnini

Scripta Manent (articoli in libertà)

La spedizione “superleggera” in Asia Minore

Insieme a Giancarlo Tosti, quel ragazzo con qualche anno più di me

Erano trascorsi appena due anni dal rientro dall’M6, che già l’entusiasmo per questo genere di imprese extraeuropee spingeva alcuni dei protagonisti di quella stessa spedizone a progettare un ritorno in Afganistan con l’obiettivo di salirvi un altro seimila. Così iniziò il nuovo progetto per quella che si sarebbe chiamata “Spedizione Ascoli 75” per la quale ero stato chiamato a fare parte ma non di certo per la mia esperienza alpinistica; all’epoca avevo salito solo il Bianco e altre tre cime da 4000 metri durante l’accantonamento finale del primo corso di Formazione l’anno precedente. La meta, probabile era lo Shadock una montagna, inviolata, dell’Hindu Kush Afgano di poco più di seimila metri. Si sapeva ben poco di questa montagna qualche informazione Maurizio era riuscito ad averla dal padre Di Kurt Diemberger che aveva, a casa sua in Austria un fornitissimo personale centro di documentazione sulle vette extraeuropee. Diemberger padre per farsi capire da Maurizio quando lo chiamava al telefono, si esprimeva parlando un mix di lingue fatto di latino, italiano, spagnolo, francese, ecc. meno che il tedesco; insomma una vera e propria parlata mediterranea.

dario1Il lavoro di preparazione, con riunioni periodiche presso la casa di Maurizio e Vittoria, che abitavano in un accogliente attico tutto sole sul Lungocastellano, mi entusiasmava. Qualche volta, di ritorno da Bologna, dove studiava geologia, vi partecipava anche Giancarlo.

Giancarlo era un ragazzo con qualche anno più di me e con il quale avevo solo condiviso due salite nell’accantonamento del primo corso di formazione; mi resi subito conto che bastava poco perché si stabilisse tra noi una particolare intesa. Nella primavera del ’75 i preparativi andavano avanti; ci eravamo allenati durante l’inverno effettuando insieme diverse salite al Vettore. Da alcuni amici romani, anche loro in partenza per una spedizione più o meno da quelle parti, avevamo ottenuto di poter imbarcare il grosso dei nostri materiali insieme ai loro su una nave in partenza per il Pakistan, risparmiando così un bel pò sui costi. Tutto era pronto, Luciano come presidente della sezione aveva persino scritto una lettera al presidente della commissione per l’esame di maturità dove chiedeva di anticipare la mia prova orale alla prima settimana di luglio per potermi permettere la partenza a metà del mese. Francesco nel frattempo aveva naturalmente studiato ogni dettaglio dell’impresa; si presentò, all’improvviso, un problema: Pinetta, che avrebbe dovuto ricoprire anche il ruolo di medico, annunciò il suo ritirò dalla spedizione. A quel punto ci ritrovammo in quattro e cominciò subito tra noi una encomiabile opera di convincimento reciproco che in fondo si poteva tranquillamente fare a meno del medico per una spedizione extraeuropea in Afghanistan, le cui strutture sanitarie erano ferme più o meno al medioevo.

Maurizio si rivelò subito un osso duro da convincere, ma comunque non si rinunciò alla spedizione; il più determinato fautore della partenza ad ogni costo era Giancarlo che dopo mesi di studio e di lavoro (si manteneva a Bologna facendo un lavoro pesantissimo) voleva partire comunque. Un successivo incontro, di quelli soliti a casa di Maurizio, fu aperto da una battuta di Francesco che mi fece “Adesso chi glielo dice a Giancarlo che non si parte più?” Pensavo scherzasse, in fondo ammiravo Francesco per tanti aspetti e soprattutto per quell’ironia intelligente e sempre pronta in ogni occasione di cui era naturalmente dotato, insomma di quelle battute che un po’ ti spiazzavano: invece mi accorsi poco dopo che non scherzava affatto e annunciò che fra pochi giorni sarebbe partito per la Grecia con Pinetta e che la “Spedizione Ascoli 75” finiva lì. Rimasi un po’ deluso, ma neanche più di tanto perché avevo sempre pensato al viaggio in Afghanistan, alla spedizione all’Hindu Kush come ad un sogno, ed in fondo niente è più usuale di un sogno che rimane tale e che non si avvera.

Nelle settimane successive affrontai l’esame di stato, sostenendo anche come primo della lista la prova orale, grazie alla lettera spedita a suo tempo da Luciano al presidente della commissione, poi me ne tornai a Spelonga pensando alla tranquilla estate che mi aspettava. La telefonata di Giancarlo che tornato da Bologna mi chiedeva di incontrarci ad Ascoli per pianificare una spedizione ultraleggera, mi giunse inaspettata e non ebbi il coraggio di confessargli che ormai mi ero adagiato sulla prospettiva di una tranquilla estate. Mentre mi recavo all’incontro con Giancarlo al bar Petrillo di piazza del Popolo riflettevo che in fondo avevo fatto bene a non dirgli nulla per telefono: la mia rinuncia era meglio annunciarla di persona. Ci sedemmo ad un tavolo sulla piazza sotto il sole di luglio; Giancarlo parlò subito dell’intenzione di salire il monte Ararat nella Turchia Orientale il Demavend in Iran, cominciando di getto ad esporre le sue idee sul viaggio, sulle tappe, su come organizzare alcuni aspetti della spedizione che ci avrebbe portato su quelle montagne di oltre 5000 metri. Mi saranno bastati si e no cinque o dieci minuti per abbandonare ogni idea di quella tranquilla estate che avevo prima in mente e cominciammo subito a discutere e pianificare alcune aspetti del viaggio che avremmo intrapreso assieme di li a qualche giorno.

La spedizione

dario2Lasciamo Ascoli alle 8 e 15 del 20 Luglio 1975 diretti a Venezia, per prendere l’Orient Express, treno che parte da Parigi ed arriva in quattro giorni ad Instabul; alle 17 e 55 siamo a bordo, il vagone è affollato all’inverosimile, ci sistemiamo con i nostri due grandi sacchi da marina, stipati con una quantità enorme di materiali, nella zona antistante la toilette, che però dividiamo con una famigliola turca che rientra in patria portandosi dalla Francia una serie infinita di scatoloni. Passiamo due giorni in condizioni pessime e alle 14.30 del 22 luglio siamo alla stazione di Istanbul; abbiamo solo qualche ora per fare un giro per la città; alle 20.00 dobbiamo prendere il pulman che ci condurrà fino alla città di Erzurum a circa 1200 km di distanza nell’Anatolia Orientale a ridosso del confine con l’Armenia. Partiamo, viaggiamo tutta la notte, alle 10.30 del giorno successivo siamo ad Erzurum (conosciuta come Arzen dai romani). In città cerchiamo di raccogliere informazioni sull’Ararat; di questa montagna non sappiamo praticamente nulla eccezion fatta per qualche notizia turistica tratta da un opuscolo francese che Giancarlo è riuscito a procurarsi chissà dove a Bologna; notiamo, ma minimizziamo per tiraci su di morale, che nel depliant si parla della presenza di pericolosi orsi in quella zona. Raccogliamo altre notizie e veniamo a sapere che per salire l’Ararat è necessario pagare e richiedere un permesso alle Autorità di Ankara; la conclusione immediata, è che a noi non servono permessi (non siamo in grado di sostenerne il costo) e continuiamo l’avvicinamento verso l’Agri Dagi (nome turco dell’Ararat).

Il 24 mattina giungiamo in autobus nel paesino di Dogubejazit posto alle pendici dell’Ararat sul confine tra Turchia, Armenia (allora URSS) e Iran. Qui ci fermiamo un giorno, il tempo necessario per i preparativi, intanto Amhet il ragazzo “tuttofare” del posto in cui siamo alloggiati, ci ha procurato una vecchia Land Rover con autista. L’indomani partiamo presto a bordo del fuoristrada, il tempo è buono e l’auto comincia ad inerpicarsi e dapprima su tracciati sterrati, poi in fuoristrada saliamo fin dove è possibile; quindi scarichiamo i sacchi per cominciare a piedi la salita. Non sappiamo bene che itinerario seguire, la parte sommitale del monte è coperta, ci guardiamo intorno, Giancarlo fa il punto sulla situazione(chi se non lui che ha alle spalle già due spedizioni!), fidandoci dell’istinto partiamo. Siamo di ottimo umore in fondo solo sei giorni fa eravamo ancora ad Ascoli e finora tutto è filato abbastanza liscio; solo dopo qualche ora di cammino sotto il peso davvero esagerato dei nostri enormi sacchi cominciamo un po’ a preoccuparci; io sento tutto il peso, non solo del sacco, ma anche della stanchezza dei viaggi dello stress; penso, tra me e me, che in queste condizioni non ce la farò a mettere piede in vetta. Nella tarda mattinata notiamo a poca distanza da noi un uomo che sta scendendo portando a capezza un mulo. lo raggiungiamo, parliamo, facciamo conoscenza con Iusshef, pastore curdo nomade, che sta scendendo dal suo accampamento e alla fine contrattiamo il compenso per il trasporto dei nostri sacchi con il suo mulo e quindi si riparte.. questa volta, però, molto più leggeri. Nel primo pomeriggio arriviamo all’accampamento di Iusshef, veniamo accolti, scalzi, nella tenda del più anziano; ci offrono l’immancabile chai (tè,) latte di capra cose da mangiare, non ci tiriamo indietro e ci rifocilliamo a dovere. Si dimostrano sempre molto gentili; tutte le persone dell’accampamento ci sono intorno incuriosite dalla nostra presenza. Dopo i saluti e il rito della foto di gruppo riprendiamo a salire; Iusshef è con noi, ma soprattutto il suo mulo che si sobbarca ancora una volta il peso dei nostri sacchi. Incontriamo un secondo campo di pastori dove si ripete, per fortuna, il rito del chai, del latte di capra; qui, forse pensando che qualcuno di noi sia un medico alcune donne ci chiedono insistentemente di visitare dei bambini che stanno male, impossibile spiegare loro chi siamo veramente o peggio tirasi indietro; i piccoli hanno delle evidenti infezioni agli occhi e alla bocca forse dovute alla carenza d’igiene; Pinetta ci ha preparato con cura una grossa scorta di farmaci di ogni tipo, ma abbiamo portato con noi il minimo indispensabile ed il resto è rimasto in albergo. Mi tocca fare da medico, abbiamo con noi solo le pasticchine di Steridrolo per la disinfezione dell’acqua le tiro fuori e spiego ad una mamma che bisogna sciogliere le compresse nell’acqua e utilizzarla per lavare il viso ai bambini, altro non posso fare; non so se ne trarranno dei benefici, ma certo non aggraverò la situazione.

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